preferisco correre


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Prom’Classic

Da qualche anno Carlo ed io almeno una volta l’anno ci spostiamo in Costa Azzurra per partecipare a una delle tante gare podistiche proposte. Per qualche anno abbiamo corso la mezza maratona di Nizza, gara dura ma bella, da due anni corriamo la “Prom’Classic”, una dieci chilometri molto partecipata e molto veloce.

Oltre 9.000 persone si riuniscono per correre questa gara. Sabato mattina andiamo a ritirare il pettorale, il villaggio degli atleti non dà l’idea di rappresentare una grande manifestazione, siamo un po’ sorpresi, ma in fondo siamo lì per goderci il mare, la passeggiata e gli amici. La gara è un pretesto.

Ci piace l’idea di correre sulla Promenade, sentire il vento che, a seconda delle volte, aiuta o rallenta, assaporare quel clima di festa che si crea attorno a un evento sportivo con un numero di iscritti elevatissimo e un livello altrettanto elevato, trascorrere un weekend fuori dalla città, godersi il sole e il clima temperato, quando in Piemonte nebbia e gelo segnano ancora le giornate.

È una bella rincorsa per affrontare i mesi invernali che ci aspettano al ritorno. È anche una bella occasione per confrontarsi con atleti che non conosciamo, osservarli, confondersi tra loro, condividere un’unica passione, oltre le maglie e le realtà locali.

Mi piace molto questo aspetto: ogni anno, quando entro in griglia, mi guardo attorno, saltello per non raffreddarmi, se possibile scambio qualche parola con gli atleti presenti, più di frequente sorrido. Non riconosco nessuno, non conosco nessuno. Una delle cose che mi colpisce sempre è la moltitudine di atteggiamenti differenti rispetto alla competizione. Sono circondata da atleti vestiti in modo assolutamente anonimo, da look molto essenziali, per nulla curati, così come le loro gambe spesso non depilate, calzini dozzinali e scarpe consumate. Poi qualche raro caso di atleta più attento al look. Atlete giovanissime mezze nude e altre meno giovani dall’aria di chi la sa lunga sulla corsa. Atleti mediamente magri con poca attitudine a esibire i loro muscoli. Prevalentemente francesi e spagnoli. Non so se le altre griglie sono così, la mia è tutto questo. È una realtà di persone che amano la corsa e lo sport, non sembrano dettare alcuna tendenza.

L’attesa è piuttosto lunga, il clima è rilassato, si ascolta l’inno e si attende lo sparo di partenza. Una partenza veloce e nervosa, qualche caduta, qualche spinta e poi quel dritto rettilineo fino all’aeroporto. Un rettilineo dove si viene superati continuamente, da destra e da sinistra. Mentre si punta al giro di boa si incrociano i primi atleti. Si gira e si ritorna indietro tenendo il mare a destra. Quest’anno non c’è vento, si spinge bene fino al traguardo.

Gli ultimi chilometri sono quelli più affollati di pubblico: “Courage, courage!” si urla ai lati del percorso. Mi fa sempre ridere questo incitamento!  E con tanto tifo e lunghi respiri che sanno di iodio provo ad allungare ancora il passo per tagliare il traguardo con soddisfazione.

Carlo ed io aspettiamo la premiazione, siamo sulla Promenade, scattiamo qualche foto con la nostra medaglia al collo. Ascoltiamo i tempi degli assoluti e di categoria, sono ottimi tempi! Lo speaker scherza sul mio cognome, mi chiede la città di provenienza e mi consegna la coppa per la premiazione di categoria. La gara non è terminata, molti atleti raggiungono il traguardo in quel momento. A ognuno la sua andatura.

Ci ritroviamo con gli amici per il pranzo, siamo allegri, l’adrenalina ci aiuta a non sentire la stanchezza, brindiamo alla nostra trasferta e ai nostri risultati. Parliamo di località turistiche, di altri viaggi e di altre corse. È la magia dello star bene. È la leggerezza che quando non c’è, vale la pena cercare, magari un po’ più in là.


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Il fiore d’inverno

calicantus_export_2– È bella questa composizione natalizia. Brave! Ma quei rametti gialli da dove arrivano?

– Ah sì! Papà mi ha raccontato che mamma adorava questi fiori. Nel giardino della loro amica Vanda c’è una pianta di questa specie e mamma rimaneva sempre colpita dalla fioritura in pieno inverno. Così Vanda al fiorire dei primi rami ne tagliava qualcuno da regalarle. Anche quest’anno ha fatto lo stesso ed è venuta qui.

– Sì! Mi pare si chiami Calicantus, una pianta che fiorisce d’inverno.

Luca ovviamente conosce la storia e l’origine di questo fiore, io invece tornata a casa vado a leggermi qualcosa.

Chimonanthus è un genere di piante, appartenente alla famiglia delle Calycanthaceae originario dell’Asia. Il nome viene dal greco e significa fiore d’inverno con riferimenti alla fioritura invernale di questi arbusti dalle foglie perenni o caduche”. Leggo che il calicanto produce dei piccoli fiori non molto appariscenti ma profumatissimi, viene utilizzata come pianta ornamentale per decorare i giardini, anche perché fiorisce nel periodo invernale ed è quindi in grado di sopravvivere a temperature anche molto rigide. Esistono poi alcune leggende che lo riguardano e nel linguaggio dei fiori un fascio di rami di calicanto promette a chi lo riceve un’affettuosa protezione. Simboleggia forza e tenacia nelle avversità. È il fiore che non ha paura del gelo.

Che bello ricordarsi dei fiori preferiti delle persone a cui vogliamo bene! Questo fiore doveva però essere un segreto tra due amiche di sempre, io non ne sapevo nulla. Non so neppure se rappresentasse tutto questo per loro. Però so che mia mamma ha sempre amato i fiori, vedeva nei fiori caratteristiche e qualità a cui ispirarsi. Mio papà per circa cinquant’anni a metà febbraio è salito in collina alla ricerca delle prime primule da regalarle. Le primule annunciano la primavera e lei le amava per questo. Leggeva nei fiori storie e bellezza.

Il Calicanto dai fiori poco appariscenti ma profumatissimi che resiste alle basse temperature è una bella storia.

Luca ed io uscendo dal cimitero parliamo di questo fiore. Ascolto Luca con stupore e ancora una volta sorrido: è il 26 di dicembre, c’è un bel sole. Abbiamo trascorso la giornata all’aperto. Proviamo a fuggire dalle malinconie, cercando la bellezza in un picnic con la famiglia, la serenità in un bosco e la continuità in un luogo a noi caro, su una vetta al di sopra della nebbia.

Saper fiorire d’inverno con fiori profumatissimi, forse questo incuriosiva mia mamma.

Forse non sono fiori bellissimi, ma ora mi sembra di capire perché le piacessero e perché iniziano a stare simpatici anche a me: senza particolare esigenze fioriscono e profumano, profumano tanto anche nelle fredde giornate invernali. A un nostro passaggio distratto ci ricordano di alzare lo sguardo, risollevare lo spirito e proseguire il nostro cammino con fiducia. Ci inebriano con il loro profumo e ci donano forza. Fiorire d’inverno.


Un Po di corsa

Quando sono arrivata a Torino ho sottovalutato l’energia del fiume. Avevo camminato molte volte lungo il fiume, sui suoi ponti, ma mai corso accanto ad esso. Negli ultimi anni il fiume Po è diventato un mio grande compagno di viaggio. Mi ha accompagnata durante i miei primi esaltanti allenamenti di squadra e quando mi ammalai mi tenne compagnia durante le mie passeggiate.

Il fiume mi ha sempre regalato emozioni. Vivere e correre in una città attraversata da un fiume è un grande privilegio. Sarà per questo che mi piace la “Un Po di corsa”. Quest’anno ho partecipato per la terza volta. Ricordo ogni edizione a cui ho preso parte.

Nel 2015 avevo saputo da pochi giorni della malattia, Carlo mi propose di partecipare lo stesso alla gara nonostante il cattivo umore, la preoccupazione, la paralisi mentale che ci accompagnava in quei giorni. Siamo arrivati per mano con l’applauso degli amici, nella speranza che fosse un buon stimolo per la lotta che ci attendeva. L’anno successivo stavo facendo la terapia, pesavo pochissimo e avevo poche energie. Corsi ugualmente la “Dieci”. Ricordo che di fronte al nostro amico fotografo allargai le braccia con un unico pensiero: ringraziare tutti. Mandai la foto a mia mamma per rassicurarla e raccontarle che stavo bene, nonostante tutto.

Lo scorso anno fu diverso. Quella mattina faceva freddissimo, io avevo voglia di correre forte, anzi fortissimo. Mi sentivo bene: niente più terapia e niente più farmaci. Strinsi i denti, il terreno era ghiacciato, ma poco alla volta con il tifo dalla mia parte, accelerai fino al traguardo e lo tagliai per prima.

Questa domenica il Parco del Valentino pareva vestito a festa in una giornata di luce e di vento. Una bella atmosfera, allegra e rilassata. Corro la “Dieci” e mi godo il Parco, il tifo, gli applausi, l’arrivo nel cortile del Castello.

Stiamo costeggiando il fiume, quando una runner entusiasta dice:

– ma che bello questo percorso!

– sì,  bellissimo. Fai la “Dieci” o la “Mezza”?

– la “Mezza”. vai, Carla, ti chiami così vero? Ti ho vista a Firenze.

– davvero? dai, facciamo un pezzo insieme. Tu come ti chiami?

– Lara

E insieme proseguiamo nella corsa per qualche chilometro. Poi Lara modula la sua andatura per correre la “Mezza” e vincerla.

Il fiume nel frattempo ci sorride, divertito e curioso: conosce le follie, le fantasie, i sogni, gli incubi e le paure di tutti noi che ci avviciniamo ad esso per catturare la sua forza e la sua bellezza.

Con un po’ di corsa spesso si raddrizzano le giornate quando partono storte. Con un po’ di corsa spesso si celebrano le giornate quando portano con se buone notizie. Quando si ha voglia di chiacchierare con un amico o si vuole stare soli, quando si dialoga con i pensieri. Quando si torna a giocare per qualche ora e si prova a immaginare nuove mete. Quando si cerca l’ispirazione. Quando si cade e ci si rialza.

“Un po’ di corsa” è tutto quello che ci dà forza per guardare lontano, con gratitudine, e con il desiderio di far bene.

Un Po di corsa è un nome bellissimo per una gara.


Di sorrisi e di pianti

Sulla maratona si è già detto tutto. E io non so più cosa aggiungere.

– Non sono sicura di volerla correre questa maratona. Provo ad allenarmi ancora qualche settimana e poi decido. Vediamo come va il gluteo, se riesco a mettermi a posto. Vediamo come va la preparazione.

– Mi spiace pensavo di averti fatto un regalo ma se ti pesa fermati. Non devi dimostrare nulla a nessuno.

– Hai ragione Carlo, però mi scoccia non riuscire a arrivarci, è per tutti una bella esperienza. E tu anche mi hai convinta che sarà così.

Da qualche settimana sono iniziati gli allenamenti lunghi. E io fatico.

Mi sento intrappolata tra i chilometri già fatti e quelli ancora da fare. Ho male alle gambe, mi sento stanca. Questa storia mi agita.

Lunghi per i chilometri corsi in una sola volta e lunghi per il tempo impiegato: lunghi. Bisogna farli i lunghi, così mi hanno detto. Io credo di non averli amati da subito.

Ma i lunghi servono. E questa maratona me lo ha insegnato. È stato tutto facile grazie a loro e io me la sono veramente goduta. Non ho avuto male e ho corso bene.

La mia prima maratona è stata semplicemente bellissima.

Bellissima perché è stata una corsa con un livello bassissimo di stress. Abituata alle corse brevi dove sin dalla partenza senti la tensione della competizione, davanti al Duomo di Firenze io ho sentito solo il fascino di far parte di un rito collettivo.

Una grande euforia. Lì con tutte quelle persone non ho più pensato ai 42 chilometri che mi aspettavano ma ho solo pensato che tutto mi sembrava molto divertente e piuttosto esaltante. Mi sono sentita quasi in un set cinematografico.

In griglia ho incontrato un atleta pinerolese come me, abbiamo aspettato allegri e scherzato fino allo sparo. Io, lui e un ragazzo spagnolo. L’attesa è stata divertente. Poi il via. Ci siamo allineati per correre insieme e abbiamo trovato la nostra andatura. Dal ventesimo sono rimasta da sola, i miei compagni di avventura hanno cambiato passo e io ho deciso di non modificare il mio ritmo. Ho mantenuto una strana tranquillità, mi sono goduta l’ansia di non dover battagliare con altre avversarie, la serenità di non sentire il cuore in gola, tutte sensazioni nuove per me. Mi sono sentita stranamente bene.

Ho scoperto così che correre con un ritmo costante non è poi così male, che non pensare a nulla e godersela è ancora meglio, che il tifo del pubblico che urla per te anche se non ti conosce è una cosa che dà una gioia immensa e che quello degli amici ti commuove. E che correre circondati dalla bellezza non può che darti euforia.

Durante la mia prima maratona mi sono commossa un sacco di volte. Mi sono commossa a sentire gli amici con la voce roca tanto è stato forte il loro tifo, mi sono commossa sentendo il coro gospel accanto all’installazione dedicata a Mandela, mi sono commossa correndo sul Ponte Vecchio animato da un calore umano da far venire i brividi, mi sono commossa quando ho letto km 40. Mi sono commossa quando ho superato il traguardo. Oltre il traguardo ho alzato lo sguardo e ho visto il sorriso di mamma:

– grazie mamma! Si, lo so, stai scuotendo la testa, ma stai anche ridendo. Hai ragione, siamo tutti un po’ matti … ma non è stato divertente?

Leggo sul tabellone 2:56:20. Sorrido.

“Avanti con il sorriso” è stato l’ultimo consiglio ricevuto la sera prima. E io credo di esserci riuscita.

Forse la maratona ha a che fare con un rito catartico o qualcosa di simile, guardandomi attorno scopro che siamo molti a piangere, ma anche molti a ridere.

Poi arriva Carlo e ricomincio a piangere.

Di sorrisi e di pianti. Così è stata la mia prima maratona.


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Non c’è fretta

IMG_0609Sono sempre arrivata tardi sulle cose, anche questa volta per parlare della AppleRun. Una delle gare a cui sono più affezionata.

– perché non ti iscrivi all’AppleRun? Magari scopri che ti piace gareggiare.

– Luca, ma lì ci sono atleti seri. Che ne so, io corro per staccarmi dalle mie preoccupazioni, corro con te per fare qualcosa insieme, per chiederti consigli, sinceramente non ci ho mai pensato. Poi non sono neppure tesserata.

– beh, per quello ci metti un attimo. Potrebbe essere una cosa bella, guarda che non vai piano quando corri con me, parli tutto il tempo! Se vuoi scarico qualche allenamento su internet e poi quel giorno ti porto io. Smettila solo di vestirti con le tute dismesse… comprati qualcosa di tecnico.

Luca, mio fratello, è così. La sua mente scientifica è spesso silenziosa, talvolta scontrosa, ma poi a un certo punto trova la soluzione e da quel momento in modo pragmatico va avanti. Luca è il Fratello maggiore.

Dopo qualche settimana, mi convinsi che potevo provarci. Potevo provare a correre l’AppleRun. Avevo già gareggiato nel 2008, alla Vivicittà di Torino, ma fu una prova generale alla corsa, di cui conservo un meraviglioso ricordo, perché in compagnia dei miei genitori, perché all’arrivo mi aspettava mia mamma. Fu una bella idea di mio padre, ma poi non feci più altre corse.

La AppleRun segnò un inizio.

Luca aveva trovato una soluzione: quel periodo non era per me un gran periodo. Certo, non avevo ancora scoperto di essere malata, ma le mie giornate non erano affatto serene. Molto impegnata sul lavoro, avevo pochissimo tempo libero e non riuscivo a dare un ritmo alla mia vita che non fosse un ritmo pesante. Poca socialità, poco tempo libero, poche cose divertenti, tante delusioni, tanto stress. Molta fatica.

La corsa della domenica mattina con Luca era una degli appuntamenti che preferivo. Mi facevo raccontare dei nipoti, scoprivo strade della collina a me sconosciute e tornavo a casa sempre di buon umore. Luca mi prendeva in giro per gli innumerevoli strati di maglie che indossavo per coprirmi dal freddo. Ho impiegato anni per togliermi qualche maglia e uscire a correre.

Arrivò novembre e il giorno della corsa. Era sabato. Pioveva. Pioveva tanto.

– ciao Luca, sono io. Direi che non andiamo.

– perché? per la pioggia? preparati, passo a prenderti.

Ci trovammo a Cavour in una giornata tremenda, di pioggia e freddo.

Ero terrorizzata, Luca mi aiutò a mettere il pettorale, a organizzarmi per la partenza, poi entrambi ci guardammo intorno. Ci parve di vedere solo atlete esperte, tutte avevano il cappellino con la visiera e io non ci avevo pensato, accanto a me una ragazza esilissima e con un completo super tecnico mi sorrise e mi aiutò a infilare il chip nella scarpa. La ragazza era una delle favorite e fu gentilissima.

Luca cercava di trasmettermi tranquillità ma forse anche lui si stava chiedendo se non avesse avuto una pessima idea a suggerirmi quella gara.

No, fu una grande idea! Un’idea che segnò un’inizio.

La gara non andò male. Luca rimase fermo sul percorso con l’ombrello aperto. E mi tifò.

Tornammo a casa tutti bagnati, ma quel giorno fui grata a mio fratello. Aveva fatto qualcosa di importante per me. Mi spronò e mi fu accanto come in seguito in tante altre occasioni.

– Brava, ciao. Buon riposo.

Luca è così.

Da quell’anno penso di aver saltato l’appuntamento con l’AppleRun solo una volta, quel novembre in cui mi operarono per il secondo tumore, ma gli altri anni con terapie in corso corsi sempre. Da quella prima esperienza scelsi di continuare a correre, mi ammalai una prima volta e poi una seconda, nel frattempo mi trasferii a Torino, mi iscrissi a una società sportiva e nonostante tutto, cercai di correre tutte le volte che riuscivo. Luca c’entrò ancora molto in tutte queste altre prove.

Quest’anno, finalmente fuori terapie, la AppleRun mi è sembrata ancora più bella. Gara organizzata in modo impeccabile, con un livello molto alto, un’atmosfera stimolante. Ho corso con piacere. Ho corso bene, ho corso forte. E ho concluso con un risultato inaspettato. Ho portato il cappellino con la visiera, ma non è piovuto.

– Luca, stiamo arrivando. È andata benissimo. Porto frittelle di mele, cartocci di mele e mele a volontà.

– brava. Ciao. A dopo.

Si parte e si riparte sempre da un punto. Non c’è fretta.


Che paura e che bellezza la Maratona Reale!

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– Come sei arrivata?

– Seconda.

Seconda assoluta alla Maratona Reale. Una grande soddisfazione, un buon risultato, ma soprattutto un’esperienza bellissima.

Mi sono impegnata molto in queste quattro prove e in ognuna ho incontrato difficoltà differenti e gioie inaspettate. Non avevo mai partecipato a un circuito di gare con classifica finale e questa formula man mano che si definiva mi ha messo un po’ in difficoltà. Ha creato in me un po’ di ansia. Riesco poco a fare calcoli. A considerare strategie. Ad allenarmi in modo mirato.

A dirla tutta ho sempre una gran paura, nonostante i miei risultati. Una paura pazzesca. Una paura da rompere le scatole a tutti. Sono autenticamente una fifona e un’insicura. Ma alla fine corro.

Corro perché mi fa star bene, perché mi diverte,  perché mi sembra una di quelle poche cose che mi vengono abbastanza bene. Corro per stare in mezzo alla gente, per provare a farcela.

Corro soprattutto per avere meno paura. Forse per fare esercizio di coraggio.

Durante queste quattro gare ho provato la corsa con la febbre, la corsa dello star bene, la corsa dell’agitazione, del fiato corto e del mal di stomaco. Ogni gara è stata diversa dalle altre. L’ultima gara è stata la più sofferta. Ero stanca da settimane, con tanti pensieri che mi appesantivano. Mi spiaceva deludere chi si era immaginato una mia vittoria e chi mi credeva forte e combattiva. Mi sono presentata alla partenza terribilmente agitata. Così agitata da non controllare il ritmo della corsa. Sono partita come un fulmine, sicuramente troppo veloce, e poi ho rallentato per una fitta tremenda allo stomaco. Intanto la mia avversaria è caduta, non l’ho vista arrivare, mi sono dispiaciuta, non ho capito cosa fosse successo, ma ho capito che qualcosa non stava funzionando. Ho perso la concentrazione, ho rallentato e poi ho accelerato, ho iniziato a respirare male e a sentire fitte allo stomaco. Nel frattempo Carola, la mia avversaria, mi ha raggiunta e con una grinta incredibile ha tagliato il traguardo per prima.

La corsa per me è anche questo: agitarsi, sbagliare, sentirsi impreparati, ritirarsi, rallentare, ripartire, sentirsi forti e non esserlo, sentirsi deboli e ritrovarsi forti, ridere e piangere, pensare di non farcela, farcela con facilità, stupirsi di sé stessi, immaginarsi risultati improbabili, rinunciare a raggiungerli, sentirsi inadeguati. La mia corsa non potrà mai essere un secco calcolo matematico. E a me questa cosa piace. Anzi, un po’ mi rasserena.

La Maratona Reale è diventata soprattutto un piccolo tour tra amici. Una somma di tempi, ma anche di tanti momenti emozionanti.

In ordine sparso ricordo:

– Carola che mi passa l’acqua durante la terza tappa.

– All’arrivo di tutte le tappe Viviana che mi sorride.

– Carlo che mi manda un bacio sulla linea di partenza, cogliendo sempre la mia agitazione.

– Gli amici di BR che gioiscono per i miei risultati al termine di ogni tappa e quelli che mi incoraggiano durante la gara, superandomi.

– Rusty che mi tifa fino all’ultimo metro della terza tappa. Grazie Presidente!

– Il nastro dell’arrivo e la mia emozione per la vittoria della terza tappa.

– Federico che guarda la zia sul podio al termine della prima prova, un po’ deluso per il secondo posto.

– Gli indispensabili riscaldamenti di Paolo prima di ogni gara. E i suoi consigli.

– Elena e i suoi immancabili selfie durante la premiazione.

– La birra con la mia amica Renata al termine della prima tappa e i nostri balletti in attesa delle premiazioni.

– Vittoria che emozionata mi consegna l’acqua all’arrivo.

– I volontari a piedi, in bici, in moto. Grazie per il tifo!

– Lo staff organizzativo che ha garantito un’atmosfera di allegria e di festa.

– Fausto Bio Correndo che ha raccontato le gare e spesso mi ha emozionata con i suoi articoli.

– Le telefonate a papà e a i miei fratelli al termine della gara.

Arrivederci paura! Ci vediamo alla prossima gara.


Adesso esco a correre

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– ma quante scarpe aveva?

– beh, tante direi.

– questa collana la ricordo benissimo.

– ma guarda questa!

– le collane sono tantissime!

È così che Elisa ed io ci facciamo forza e affrontiamo quel faticoso lavoro di selezione degli oggetti di mamma: i suoi colorati e eleganti foulard, le sue tante collane, le maglie, i cappotti, le sciarpe e tutto il resto.

Sappiamo che lei avrebbe voluto regalare le sue cose a persone in difficoltà e noi con tutto il coraggio possibile cerchiamo di selezionarle, tenendo per noi quelle che hanno un significato particolare.

I suoi oggetti parlano di lei, dei suoi gusti, del suo umore, delle sue passioni, del suo rigore, delle sue scelte di vita. I suoi oggetti disposti sul letto in attesa di nuova destinazione ricostruiscono la sua storia.

Due giorni in cui ci immergiamo nel suo mondo.

Due giorni di settembre con sole e cielo terso. Con una luce forte che illumina la stanza.

Gli oggetti escono dalla casa un po’ alla volta, sistemati bene in scatoloni e borse come lei avrebbe fatto. L’ultimo regalo che Carlo ed io le facemmo, con un po’ di ironia, fu un libro intitolato “Il magico potere del riordino” dell’autrice giapponese Marie Kondo. Lei mi lasciò un messaggio di commento. Scrisse: davvero sorprendente!

In effetti troviamo tutto molto in ordine e cerchiamo di mantenerlo anche nel nostro lavoro. Il distacco non fa male, quegli oggetti riavranno una nuova vita. Magari emozioneranno di nuovo destinatari sconosciuti e circoleranno ancora una volta tra mani pronte ad accoglierli. Mamma si è sempre occupata dei meno fortunati e questo sarà il suo ultimo gesto di generosità.

– Elisa, ma guarda questo!

Un colbacco nero sbuca fuori da un armadio, ci mettiamo a ridere. Non resisto, lo indosso e mi presento così in cucina dove i miei nipoti stanno guardando la tv. Dietro di me, mia sorella si gusta la scena. Ridiamo tutti.

Terminiamo il lavoro a metà pomeriggio, il sole è già basso. Mi infilo le scarpe da corsa e mi dirigo verso la campagna. Mi sento legata e stanca, raggiungo un piccolo paese e decido da lì, di tornare indietro. La strada del ritorno mi regala un tramonto incantevole sulle montagne, correndo mi godo lo spettacolo e l’aria un po’ frizzante di inizio autunno.

– mamma, abbiamo fatto un buon lavoro. Saresti orgogliosa di noi.

Dico a bassa voce.

Intanto mi sembra di avere le gambe più sciolte, accelero e arrivo bene, più serena.

Corro con il sole che ancora riesce a scaldarmi, corro pensando a questi ultimi mesi, mesi difficili ma anche mesi di tante corse fortunate, di nastri tagliati, di incontri belli nello sport. Corro pensando alla terza tappa della Maratona Reale, dove la mia giovane avversaria in prossimità del ristoro mi passa l’acqua e poi non si risparmia di farmi tanti complimenti quando giungo per prima al traguardo. Pensando a quella gara, mi vengono in mente tutti quelli che mi hanno tifato fino all’ultimo metro, che hanno gioito per me. E poi l’emozione del traguardo. E quel nastro che è privilegio di pochi e che alcuni anni fa non avrei mai pensato di tagliare. Gli abbracci, le risate durante la premiazione. Quante sorprese nella mia vita!

La corsa mi ha aiutato ad avere più coraggio, a sentirmi più forte e più generosa.

Per loro, per quelli che tifano da sempre per me, sono pronta a indossare il buffo colbacco, ogni volta che sarà necessaria una risata. E un po’ di allegria.

– Elisa, il colbacco lo teniamo.

Si avvicina Federico:

– zia, va benissimo come vestito di carnevale. Mi fa venire in mente le guardie di Londra.

– hai ragione Federico.

Federico si infila il cappello e il suo viso si illumina. Cammina su e giù come una guardia, alzando le gambe tese e muovendo le braccia come un burattino.

– Elisa, abbiamo fatto un buon lavoro.

– Si credo di sì. Carla, cosa fai adesso?

– Adesso esco a correre.

E mi sento un po’ più coraggiosa.


Alzare lo sguardo

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Sono contenta, le gambe tremano ancora, ho l’esito in mano, digito il numero e chiamo mia mamma. Poi mi blocco, guardo il telefono: no, non posso chiamarla per dirle che l’esame è andato bene, devo alzare lo sguardo questa volta, parlarle da quaggiù e immaginare la sua voce che dice:

– Ah! che bella notizia! Dobbiamo festeggiare. Evviva!

Salgo in auto, chiamo i miei fratelli e guardo verso le montagne. Papà oggi è in cima a una di loro, starà seduto con un panino in mano a godersi il paesaggio. Ci penso, non voglio che si perda la luce di questa giornata, in questo periodo di ombre. Lo chiamerò questa sera.

E intanto è arrivato agosto. Mese di vacanze, di telefonate lontane, di avventure.
Google mi propone di rivivere un giorno. Il giorno è il 20 agosto, anniversario di matrimonio dei miei genitori.

Mi propone quello di due anni fa, la festa del loro 50esimo anno di matrimonio. Una festa intima in montagna come nello stile della mia famiglia. Guardo le foto e vedo che mamma sorride a papà, dopo 50 anni. Sanno ancora ridere insieme.

Mamma andava molto fiera di ogni anno passato con papà. E aveva ragione. 52 anni insieme non sono pochi: uno slalom da affrontare tenendosi per mano, tra difficoltà, imprevisti, progetti da realizzare e tre figli.

Il vuoto che avverto quest’anno è così pesante che non riesco a scegliere una vacanza conciliante con il mio umore. Gli esami di controllo per il melanoma cadono prima delle vacanze e si portano via tutta la mia serenità. Le attese degli esiti mi tolgono energia e entusiasmo. Gli accertamenti per escludere il peggio richiedono ancora pazienza e ottimismo e a me sembra di avere perso entrambi.

Poi arriva l’ultimo esito, dopo un esame di accertamento, è tutto a posto. Bene, si parte.

Quest’anno decidiamo di fare una vacanza in bici, in Francia. Penso che muovermi mi farà bene: è sempre stato così.

Pedaliamo su strade al profumo di lavanda e su sterrati polverosi. Visitiamo borghi della Provenza e città d’arte. È bello spostarsi con la bicicletta, le giornate sembrano più lunghe e raggiungere la meta al termine di una giornata dà molta soddisfazione.

Fatico a gestire la tristezza, catturo qualche momento di serenità lungo le piste ciclabili. Pedalo a tratti veloce per fuggire dai miei pensieri. Mi guardo attorno alla ricerca di emozioni. Cerco qualcosa che mi scuota per sentirmi più leggera. Dopo una settimana di bici, scegliamo di concludere la vacanza a Barcellona. Camminiamo tanto, alzando lo sguardo per non perderci il fascino dei palazzi, le opere di Gaudí. Corriamo la mattina presto tra le strade di una città ancora stordita dal rumore della notte e assaporiamo il gusto del girovagare senza meta.

Muoverci è il nostro modo per distrarci dalle preoccupazioni, per sentirci vivi, per esercitarci alla fatica, per divertirci, per rincorrere i sogni e fuggire temporaneamente dalle nostre paure. È il nostro modo di dialogare con il corpo e con la mente. Muoverci è goderci la vita. Non è per tutti così. Non è per tutti possibile.

Rientriamo a Torino dopo qualche giorno e organizziamo una gita in montagna. Scegliamo una meta bellissima, in Val Maira. La giornata ci regala una luce speciale e più saliamo e più ci sentiamo bene.

– Papà sei molto stanco?
– No, direi che se non aumentate il passo va bene.

Gli ricordo che non è necessario raggiungere la vetta, anzi la nostra idea è stare su un prato a goderci il paesaggio. Camminiamo lungo il sentiero che porta alla vetta, fino a trovarci ai suoi piedi. Si presenta davanti ai nostri occhi come una meraviglia assoluta. Siamo tutti molto colpiti dalla sua bellezza.

– Se mi aspettate andrei in cima con Michi.
– Nessun problema Luca, noi ci fermiamo qua. Abbiamo le gambe stanche dalla corsa e non siamo così convinti di farcela.
– Tu papà?
– Ma forse meglio rimanere giù, anch’io sono stanco.

Bene, penso. Faremo un picnic.

Papà alza lo sguardo verso l’alto, guarda fisso la vetta, è in silenzio. Io lo osservo, noto il suo sguardo curioso e dice:

– Ci vengo anch’io.

Ed è così che vedo salire tre generazioni: Michele, suo padre e suo nonno di 80 anni. Ci ritroviamo alla macchina dopo qualche ora. Luca mi mostra una foto: sono in punta appoggiati alla croce, lui, Michele e papà.

Una vera passione, la montagna. Una passione di famiglia, che si tramanda. Una passione che sembra esorcizzare la tristezza, la malinconica e la paura di non farcela sempre. Una delle passioni di papà. La sua fuga e il suo rifugio. La sua disciplina.

A volte alzo lo sguardo e cerco le montagne. A volte mi basta guardarle per sentirmi meglio. A volte mi lascio ispirare. A volte funziona.


La linea di partenza

Se dieci anni fa mi avessero chiesto di immaginare una mia vittoria a una gara podistica al parco del Valentino non ci sarei riuscita. Dieci anni fa non avrei mai immaginato che un giorno a Torino qualcuno avrebbe gridato il mio nome per incoraggiarmi a non mollare, per sostenermi e aiutarmi a vincere una gara di corsa. Una gara di corsa! E gli applausi!

Dieci anni fa non avrei mai creduto di potermi ammalare di tumore, di curarmi per mesi e mesi e poi provare a tornare a vivere come una persona sana, dieci anni fa non avrei mai immaginato di sposarmi, di saper amare e di sentirmi amata così tanto. Non avrei mai immaginato di sentire così tanto la mancanza di mia mamma. Dieci anni fa era un pezzo di vita a cui ne sarebbe seguito un altro, completamente diverso, pieno di sorprese belle e brutte. Dieci anni fa era diverso.

L’altra sera, alla “Va Lentino”, ho tagliato il traguardo per prima e non mi è parso vero.

– Ciao Elisa, come va? ti chiamo ora perché tra poco vado a correre, anzi per dirla tutta gareggio.

– Ma davvero? Di sera?

– Si, è una gara bellissima, una grande festa al Valentino. Mi piacerebbe far bene, ma oggi sono stanca e ho la testa da un’altra parte.

– Carla, appunto! Ti ricordo che quando tu sei preoccupata per qualcosa, se corri, di solito, vai forte. Andrai alla grande.

– Ma sì, hai ragione. Corro e basta.

Al parco si respira un’atmosfera simpatica, è estate e si sente, Molta gente sorridente, voglia di divertirsi e di muoversi. Incontro i miei amici, quelli con cui corro tutto l’anno. Siamo rilassati. Sembra di vivere l’ultimo giorno di scuola. Una bella euforia di inizio estate.

Poi lo sparo e la gara. Una gara veloce. Corro concentrata, voglio far bene per me e per la mia squadra, senza la quale probabilmente non avrei iniziato a gareggiare e soprattutto non avrei avuto la possibilità di fare incontri così importanti da trasformarsi in amicizie insostituibili. La mia squadra che mi ha sostenuto in momenti difficili e bui della mia vita. Voglio far bene per mio papà, al quale mi piacerebbe raccontare che mi sono impegnata fino all’ultimo metro, voglio far bene per Carlo che mi vede sempre arrivare seconda. E così quando una fitta sopra lo stomaco mi suggerisce di rallentare io spingo ancor di più fin sotto il gonfiabile che segna l’arrivo. L’affetto del pubblico e quello degli amici mi stordisce e mi regala momenti di felicità.

A volte ho pensato che nella vita tutto potesse andar bene o andar male, che si potesse cambiare poco e che farsi sorprendere da un evento positivo fosse un regalo per pochi eletti. Pensavo che la vita fosse più lineare, magari più noiosa, talvolta crudele e spesso ingiusta.

Negli ultimi dieci anni sono entrata e uscita da scenari differenti, scenari scuri e orribili e scenari illuminati da una bella luce. Ho ricominciato tante volte, cercando di alzare lo sguardo e guardare lontano, molte volte con le lacrime agli occhi.

Ho cercato di rialzarmi, come facciamo tutti. Tutti noi che proviamo, anche attraverso la corsa, a guardare un po’ più in là, con fiducia e speranza. Che facciamo tesoro di piccoli momenti di gioia. Che cerchiamo un po’ di benessere e di leggerezza. Che riusciamo a ridere e ci fa un gran bene. E che ogni volta proviamo a migliorarci.

A volte si vince, a volte si perde. Non c’è scampo. Non solo nella corsa. Ma tentare di tornare alla linea di partenza è la sola cosa che si possa fare.

– Ciao papà, sono ancora al parco. Ho finito adesso.

– Come è andata?

– Ho vinto.

– Ah, bene.

– Sì, mi sono impegnata tanto.

– La categoria?

– No papà, assoluta.

Silenzio. Immagino dica qualcosa del tipo: “non c’era proprio nessuno”.

.- Però! Brava! Ora ricordati di mangiare.

– Anche tu papà. Buonanotte.


Dopo ci si sente meglio

metti le scarpe togli le scarpe

Per mesi ho parlato di questa gara. Per mesi ho cercato di capire come sarebbe andata. Per mesi ho pensato di potermi allenare bene. E poi non ne ho più parlato. Poi è arrivato il grande dolore della perdita di mamma, un’altra piccola grana di salute, tanti altri pensieri, un’altra gara, l’influenza e la Cortina-Dobbiaco è rimasta dietro a tutto.

Negli ultimi giorni mi sentivo anche un po’ a disagio nei confronti di mio papà, amante non solo della corsa ma anche della montagna. Forse più della montagna: io andavo sulle Dolomiti a correre, mentre lui si occupava di gestire il suo dolore a casa. Ho fatto anche un tentativo perché potesse venire con noi, ma tutti gli alberghi erano già stati prenotati. Arrivati a Dobbiaco, in alcuni momenti, ho vissuto in uno stato di straniamento totale. Troppi pensieri sovrapposti. Troppa paura di non farcela. Troppi chilometri da improvvisare.

Domenica mattina alla partenza ero in prima griglia con il mio amico Paolo. Mi sentivo fuori luogo. Gli anni scorsi, prima di partire, parlavamo di strategie, medie da tenere, di salite e di percorso. Lui corre molto forte e da sempre, alla Cortina-Dobbiaco Run, gli chiedo consigli e suggerimenti. Lo scorso anno penso di avergli elencato così tante volte tutti i miei acciacchi che immagino desiderasse di partire il prima possibile. Mi prestò anche un sacco nero per coprirmi, mi rassicurò tantissimo, mi assecondò sugli innumerevoli dubbi pre gara e poi corse come voleva lui. Corse forte. Fortissimo.

Quest’anno in vista di questa gara abbiamo corso qualche volta insieme, poi io non mi sono più allenata su percorsi lunghi e non ci siamo più visti fino a domenica.

Domenica mattina abbiamo salutato Carlo e i nostri altri compagni di squadra e siamo usciti dal Palazzo del Ghiaccio. Invece di andare subito sul rettilineo della partenza, come lo scorso anno, ci siamo seduti su un marciapiede al sole. Il rettilineo di partenza è sempre un luogo di tensione ma anche un contesto affascinante. Lì incontri i professionisti, li vedi da vicino, gli corri accanto, ti guardi attorno e ti senti un po’ privilegiato. Noi abbiamo scelto di aspettare lontano dalla partenza e solo all’ultimo ci siamo inseriti nelle prime file.

Sembravamo entrambi preoccupati, meno coinvolti del solito. Seduti su quel marciapiede con addosso i nostri pettorali davamo l’impressione di non aver voglia di gareggiare. Siamo rimasti lì, nei nostri sacchi neri per coprirci dal freddo (che poi non è arrivato), a guardare i ritardatari che si affannavano a raggiungere il palazzetto.

– Sai, mi sento molto stanco ultimamente. Proprio tanto stanco. Non ho testa per soffrire. Non so come andrà oggi, volevo far bene, ma …

– Paolo, credo sia normale. Siamo tutti un po’ stanchi in questo periodo, hai corso molto negli ultimi mesi, forse sei solo un po’ demotivato. Goditi la gara e non pensare al crono.

– Già. E tu?

– Io non so neanche come mi sento. Avrei voluto far bene, ma sai come è andata.

– Andrà comunque bene Carla. Tu provaci. Adesso mi sa che dobbiamo andare alla partenza.

– Sì, aspetta, salutiamo Carlo che sta arrivando e poi ci infiliamo.

Ci sistemiamo nelle prime file, Paolo un po’ più avanti. Manca poco allo sparo, Paolo indietreggia per salutarmi e mi sorride.

– In bocca al lupo Paolo!

– Anche a te Carlina!

Ci guardiamo come se volessimo dire ancora qualcosa, nel frattempo sentiamo lo sparo di partenza.

Pochi minuti dopo Paolo scompare dietro ai primi e io cerco la mia andatura, quella utile per superare i 13 km di salita lieve ma costante. Al quarto chilometro sono già in affanno, la testa è piena di pensieri e io ho solo voglia di piangere.

– Non pensare più, non pensare più a niente.

Mi ripeto a bassa voce, salendo piano piano.

– Concentrati sui tuoi piedi e corri. Corri, Carla, corri.

A un certo punto la testa si svuota, il cuore si fa più leggero e le gambe, senza inseguire un obiettivo, iniziano a spingere.

Non ho mai corso così. Non ho mai corso senza inseguire qualcuno sperando di raggiungerlo. Non ho mai corso senza provare felicità. Non ho mai corso senza godermi la competizione. Non ho mai corso sperando di arrivare alla fine. Sperando solo di allontanarmi dai miei pensieri.

Sui quei trenta chilometri ho avvertito il vuoto dentro e poi ho seguito l’istinto.

Sì, perché a un certo punto, in discesa, le mie gambe hanno deciso di non mollare per niente, di farsi forti, di non sentire i dolori muscolari e di andare avanti, un passo dopo l’altro.

Mi hanno portata loro, le gambe, fino all’arrivo. Solo negli ultimi chilometri la mia testa è tornata a farsi sentire, mi suggeriva di lasciar perdere, poi ha cambiato idea, mi ha sostenuto fino al traguardo, tra sconforto e grinta. E allora ho spinto, ho spinto ancora.

Supero il traguardo con un bel risultato.

Mi siedo all’ombra e mi tolgo le scarpe. Poi vado a ritirare la mia borsa. E aspetto gli altri. Suona il telefono:

– Ti sei già ripresa? Ho fatto due calcoli e ho pensato che fossi arrivata.

– Ciao papà, sono arrivata da pochissimo. Sono qui nel prato senza scarpe.

– Bene. Ciò che conta è che tu stia bene.

– Sì, sto bene.

– Brava, salutami tutti. Divertitevi.

Non vedo Paolo all’arrivo, tornata in albergo provo a scrivergli. Mi dice di aver capito al quarto chilometro di non avere le forze per fare bene come avrebbe voluto e di aver scelto un’andatura per godersi la gara. Mi dice di essersi girato più volte nella speranza di vedermi e concludere insieme.

– Paolo, ma stai bene?

– Sì, sto bene. E sono riuscito per la prima volta a vedere le Tre Cime correndo. E tu?

– Io ci ho provato. E sono andata bene. Non ho sentito più niente e ho corso.

A volte succede così. A volte serve sedersi al sole e aspettare qualche minuto in più. Poi andare verso la paura.

Talvolta la si insegue e la si affronta e tante altre volte si sfugge da essa.

Qualche volta si prova ad attraversarla per sentirla da vicino.

Dopo ci si sente meglio.

Mi allaccio le scarpe e mi godo l’affetto degli amici che pur stanchi aspettano con me la premiazione. E la gioia in quel momento torna a farmi visita.