preferisco correre


Alzare lo sguardo

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Sono contenta, le gambe tremano ancora, ho l’esito in mano, digito il numero e chiamo mia mamma. Poi mi blocco, guardo il telefono: no, non posso chiamarla per dirle che l’esame è andato bene, devo alzare lo sguardo questa volta, parlarle da quaggiù e immaginare la sua voce che dice:

– Ah! che bella notizia! Dobbiamo festeggiare. Evviva!

Salgo in auto, chiamo i miei fratelli e guardo verso le montagne. Papà oggi è in cima a una di loro, starà seduto con un panino in mano a godersi il paesaggio. Ci penso, non voglio che si perda la luce di questa giornata, in questo periodo di ombre. Lo chiamerò questa sera.

E intanto è arrivato agosto. Mese di vacanze, di telefonate lontane, di avventure.
Google mi propone di rivivere un giorno. Il giorno è il 20 agosto, anniversario di matrimonio dei miei genitori.

Mi propone quello di due anni fa, la festa del loro 50esimo anno di matrimonio. Una festa intima in montagna come nello stile della mia famiglia. Guardo le foto e vedo che mamma sorride a papà, dopo 50 anni. Sanno ancora ridere insieme.

Mamma andava molto fiera di ogni anno passato con papà. E aveva ragione. 52 anni insieme non sono pochi: uno slalom da affrontare tenendosi per mano, tra difficoltà, imprevisti, progetti da realizzare e tre figli.

Il vuoto che avverto quest’anno è così pesante che non riesco a scegliere una vacanza conciliante con il mio umore. Gli esami di controllo per il melanoma cadono prima delle vacanze e si portano via tutta la mia serenità. Le attese degli esiti mi tolgono energia e entusiasmo. Gli accertamenti per escludere il peggio richiedono ancora pazienza e ottimismo e a me sembra di avere perso entrambi.

Poi arriva l’ultimo esito, dopo un esame di accertamento, è tutto a posto. Bene, si parte.

Quest’anno decidiamo di fare una vacanza in bici, in Francia. Penso che muovermi mi farà bene: è sempre stato così.

Pedaliamo su strade al profumo di lavanda e su sterrati polverosi. Visitiamo borghi della Provenza e città d’arte. È bello spostarsi con la bicicletta, le giornate sembrano più lunghe e raggiungere la meta al termine di una giornata dà molta soddisfazione.

Fatico a gestire la tristezza, catturo qualche momento di serenità lungo le piste ciclabili. Pedalo a tratti veloce per fuggire dai miei pensieri. Mi guardo attorno alla ricerca di emozioni. Cerco qualcosa che mi scuota per sentirmi più leggera. Dopo una settimana di bici, scegliamo di concludere la vacanza a Barcellona. Camminiamo tanto, alzando lo sguardo per non perderci il fascino dei palazzi, le opere di Gaudí. Corriamo la mattina presto tra le strade di una città ancora stordita dal rumore della notte e assaporiamo il gusto del girovagare senza meta.

Muoverci è il nostro modo per distrarci dalle preoccupazioni, per sentirci vivi, per esercitarci alla fatica, per divertirci, per rincorrere i sogni e fuggire temporaneamente dalle nostre paure. È il nostro modo di dialogare con il corpo e con la mente. Muoverci è goderci la vita. Non è per tutti così. Non è per tutti possibile.

Rientriamo a Torino dopo qualche giorno e organizziamo una gita in montagna. Scegliamo una meta bellissima, in Val Maira. La giornata ci regala una luce speciale e più saliamo e più ci sentiamo bene.

– Papà sei molto stanco?
– No, direi che se non aumentate il passo va bene.

Gli ricordo che non è necessario raggiungere la vetta, anzi la nostra idea è stare su un prato a goderci il paesaggio. Camminiamo lungo il sentiero che porta alla vetta, fino a trovarci ai suoi piedi. Si presenta davanti ai nostri occhi come una meraviglia assoluta. Siamo tutti molto colpiti dalla sua bellezza.

– Se mi aspettate andrei in cima con Michi.
– Nessun problema Luca, noi ci fermiamo qua. Abbiamo le gambe stanche dalla corsa e non siamo così convinti di farcela.
– Tu papà?
– Ma forse meglio rimanere giù, anch’io sono stanco.

Bene, penso. Faremo un picnic.

Papà alza lo sguardo verso l’alto, guarda fisso la vetta, è in silenzio. Io lo osservo, noto il suo sguardo curioso e dice:

– Ci vengo anch’io.

Ed è così che vedo salire tre generazioni: Michele, suo padre e suo nonno di 80 anni. Ci ritroviamo alla macchina dopo qualche ora. Luca mi mostra una foto: sono in punta appoggiati alla croce, lui, Michele e papà.

Una vera passione, la montagna. Una passione di famiglia, che si tramanda. Una passione che sembra esorcizzare la tristezza, la malinconica e la paura di non farcela sempre. Una delle passioni di papà. La sua fuga e il suo rifugio. La sua disciplina.

A volte alzo lo sguardo e cerco le montagne. A volte mi basta guardarle per sentirmi meglio. A volte mi lascio ispirare. A volte funziona.


La linea di partenza

Se dieci anni fa mi avessero chiesto di immaginare una mia vittoria a una gara podistica al parco del Valentino non ci sarei riuscita. Dieci anni fa non avrei mai immaginato che un giorno a Torino qualcuno avrebbe gridato il mio nome per incoraggiarmi a non mollare, per sostenermi e aiutarmi a vincere una gara di corsa. Una gara di corsa! E gli applausi!

Dieci anni fa non avrei mai creduto di potermi ammalare di tumore, di curarmi per mesi e mesi e poi provare a tornare a vivere come una persona sana, dieci anni fa non avrei mai immaginato di sposarmi, di saper amare e di sentirmi amata così tanto. Non avrei mai immaginato di sentire così tanto la mancanza di mia mamma. Dieci anni fa era un pezzo di vita a cui ne sarebbe seguito un altro, completamente diverso, pieno di sorprese belle e brutte. Dieci anni fa era diverso.

L’altra sera, alla “Va Lentino”, ho tagliato il traguardo per prima e non mi è parso vero.

– Ciao Elisa, come va? ti chiamo ora perché tra poco vado a correre, anzi per dirla tutta gareggio.

– Ma davvero? Di sera?

– Si, è una gara bellissima, una grande festa al Valentino. Mi piacerebbe far bene, ma oggi sono stanca e ho la testa da un’altra parte.

– Carla, appunto! Ti ricordo che quando tu sei preoccupata per qualcosa, se corri, di solito, vai forte. Andrai alla grande.

– Ma sì, hai ragione. Corro e basta.

Al parco si respira un’atmosfera simpatica, è estate e si sente, Molta gente sorridente, voglia di divertirsi e di muoversi. Incontro i miei amici, quelli con cui corro tutto l’anno. Siamo rilassati. Sembra di vivere l’ultimo giorno di scuola. Una bella euforia di inizio estate.

Poi lo sparo e la gara. Una gara veloce. Corro concentrata, voglio far bene per me e per la mia squadra, senza la quale probabilmente non avrei iniziato a gareggiare e soprattutto non avrei avuto la possibilità di fare incontri così importanti da trasformarsi in amicizie insostituibili. La mia squadra che mi ha sostenuto in momenti difficili e bui della mia vita. Voglio far bene per mio papà, al quale mi piacerebbe raccontare che mi sono impegnata fino all’ultimo metro, voglio far bene per Carlo che mi vede sempre arrivare seconda. E così quando una fitta sopra lo stomaco mi suggerisce di rallentare io spingo ancor di più fin sotto il gonfiabile che segna l’arrivo. L’affetto del pubblico e quello degli amici mi stordisce e mi regala momenti di felicità.

A volte ho pensato che nella vita tutto potesse andar bene o andar male, che si potesse cambiare poco e che farsi sorprendere da un evento positivo fosse un regalo per pochi eletti. Pensavo che la vita fosse più lineare, magari più noiosa, talvolta crudele e spesso ingiusta.

Negli ultimi dieci anni sono entrata e uscita da scenari differenti, scenari scuri e orribili e scenari illuminati da una bella luce. Ho ricominciato tante volte, cercando di alzare lo sguardo e guardare lontano, molte volte con le lacrime agli occhi.

Ho cercato di rialzarmi, come facciamo tutti. Tutti noi che proviamo, anche attraverso la corsa, a guardare un po’ più in là, con fiducia e speranza. Che facciamo tesoro di piccoli momenti di gioia. Che cerchiamo un po’ di benessere e di leggerezza. Che riusciamo a ridere e ci fa un gran bene. E che ogni volta proviamo a migliorarci.

A volte si vince, a volte si perde. Non c’è scampo. Non solo nella corsa. Ma tentare di tornare alla linea di partenza è la sola cosa che si possa fare.

– Ciao papà, sono ancora al parco. Ho finito adesso.

– Come è andata?

– Ho vinto.

– Ah, bene.

– Sì, mi sono impegnata tanto.

– La categoria?

– No papà, assoluta.

Silenzio. Immagino dica qualcosa del tipo: “non c’era proprio nessuno”.

.- Però! Brava! Ora ricordati di mangiare.

– Anche tu papà. Buonanotte.


Dopo ci si sente meglio

metti le scarpe togli le scarpe

Per mesi ho parlato di questa gara. Per mesi ho cercato di capire come sarebbe andata. Per mesi ho pensato di potermi allenare bene. E poi non ne ho più parlato. Poi è arrivato il grande dolore della perdita di mamma, un’altra piccola grana di salute, tanti altri pensieri, un’altra gara, l’influenza e la Cortina-Dobbiaco è rimasta dietro a tutto.

Negli ultimi giorni mi sentivo anche un po’ a disagio nei confronti di mio papà, amante non solo della corsa ma anche della montagna. Forse più della montagna: io andavo sulle Dolomiti a correre, mentre lui si occupava di gestire il suo dolore a casa. Ho fatto anche un tentativo perché potesse venire con noi, ma tutti gli alberghi erano già stati prenotati. Arrivati a Dobbiaco, in alcuni momenti, ho vissuto in uno stato di straniamento totale. Troppi pensieri sovrapposti. Troppa paura di non farcela. Troppi chilometri da improvvisare.

Domenica mattina alla partenza ero in prima griglia con il mio amico Paolo. Mi sentivo fuori luogo. Gli anni scorsi, prima di partire, parlavamo di strategie, medie da tenere, di salite e di percorso. Lui corre molto forte e da sempre, alla Cortina-Dobbiaco Run, gli chiedo consigli e suggerimenti. Lo scorso anno penso di avergli elencato così tante volte tutti i miei acciacchi che immagino desiderasse di partire il prima possibile. Mi prestò anche un sacco nero per coprirmi, mi rassicurò tantissimo, mi assecondò sugli innumerevoli dubbi pre gara e poi corse come voleva lui. Corse forte. Fortissimo.

Quest’anno in vista di questa gara abbiamo corso qualche volta insieme, poi io non mi sono più allenata su percorsi lunghi e non ci siamo più visti fino a domenica.

Domenica mattina abbiamo salutato Carlo e i nostri altri compagni di squadra e siamo usciti dal Palazzo del Ghiaccio. Invece di andare subito sul rettilineo della partenza, come lo scorso anno, ci siamo seduti su un marciapiede al sole. Il rettilineo di partenza è sempre un luogo di tensione ma anche un contesto affascinante. Lì incontri i professionisti, li vedi da vicino, gli corri accanto, ti guardi attorno e ti senti un po’ privilegiato. Noi abbiamo scelto di aspettare lontano dalla partenza e solo all’ultimo ci siamo inseriti nelle prime file.

Sembravamo entrambi preoccupati, meno coinvolti del solito. Seduti su quel marciapiede con addosso i nostri pettorali davamo l’impressione di non aver voglia di gareggiare. Siamo rimasti lì, nei nostri sacchi neri per coprirci dal freddo (che poi non è arrivato), a guardare i ritardatari che si affannavano a raggiungere il palazzetto.

– Sai, mi sento molto stanco ultimamente. Proprio tanto stanco. Non ho testa per soffrire. Non so come andrà oggi, volevo far bene, ma …

– Paolo, credo sia normale. Siamo tutti un po’ stanchi in questo periodo, hai corso molto negli ultimi mesi, forse sei solo un po’ demotivato. Goditi la gara e non pensare al crono.

– Già. E tu?

– Io non so neanche come mi sento. Avrei voluto far bene, ma sai come è andata.

– Andrà comunque bene Carla. Tu provaci. Adesso mi sa che dobbiamo andare alla partenza.

– Sì, aspetta, salutiamo Carlo che sta arrivando e poi ci infiliamo.

Ci sistemiamo nelle prime file, Paolo un po’ più avanti. Manca poco allo sparo, Paolo indietreggia per salutarmi e mi sorride.

– In bocca al lupo Paolo!

– Anche a te Carlina!

Ci guardiamo come se volessimo dire ancora qualcosa, nel frattempo sentiamo lo sparo di partenza.

Pochi minuti dopo Paolo scompare dietro ai primi e io cerco la mia andatura, quella utile per superare i 13 km di salita lieve ma costante. Al quarto chilometro sono già in affanno, la testa è piena di pensieri e io ho solo voglia di piangere.

– Non pensare più, non pensare più a niente.

Mi ripeto a bassa voce, salendo piano piano.

– Concentrati sui tuoi piedi e corri. Corri, Carla, corri.

A un certo punto la testa si svuota, il cuore si fa più leggero e le gambe, senza inseguire un obiettivo, iniziano a spingere.

Non ho mai corso così. Non ho mai corso senza inseguire qualcuno sperando di raggiungerlo. Non ho mai corso senza provare felicità. Non ho mai corso senza godermi la competizione. Non ho mai corso sperando di arrivare alla fine. Sperando solo di allontanarmi dai miei pensieri.

Sui quei trenta chilometri ho avvertito il vuoto dentro e poi ho seguito l’istinto.

Sì, perché a un certo punto, in discesa, le mie gambe hanno deciso di non mollare per niente, di farsi forti, di non sentire i dolori muscolari e di andare avanti, un passo dopo l’altro.

Mi hanno portata loro, le gambe, fino all’arrivo. Solo negli ultimi chilometri la mia testa è tornata a farsi sentire, mi suggeriva di lasciar perdere, poi ha cambiato idea, mi ha sostenuto fino al traguardo, tra sconforto e grinta. E allora ho spinto, ho spinto ancora.

Supero il traguardo con un bel risultato.

Mi siedo all’ombra e mi tolgo le scarpe. Poi vado a ritirare la mia borsa. E aspetto gli altri. Suona il telefono:

– Ti sei già ripresa? Ho fatto due calcoli e ho pensato che fossi arrivata.

– Ciao papà, sono arrivata da pochissimo. Sono qui nel prato senza scarpe.

– Bene. Ciò che conta è che tu stia bene.

– Sì, sto bene.

– Brava, salutami tutti. Divertitevi.

Non vedo Paolo all’arrivo, tornata in albergo provo a scrivergli. Mi dice di aver capito al quarto chilometro di non avere le forze per fare bene come avrebbe voluto e di aver scelto un’andatura per godersi la gara. Mi dice di essersi girato più volte nella speranza di vedermi e concludere insieme.

– Paolo, ma stai bene?

– Sì, sto bene. E sono riuscito per la prima volta a vedere le Tre Cime correndo. E tu?

– Io ci ho provato. E sono andata bene. Non ho sentito più niente e ho corso.

A volte succede così. A volte serve sedersi al sole e aspettare qualche minuto in più. Poi andare verso la paura.

Talvolta la si insegue e la si affronta e tante altre volte si sfugge da essa.

Qualche volta si prova ad attraversarla per sentirla da vicino.

Dopo ci si sente meglio.

Mi allaccio le scarpe e mi godo l’affetto degli amici che pur stanchi aspettano con me la premiazione. E la gioia in quel momento torna a farmi visita.


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Le torte di maggio

La scorsa settimana ho compiuto gli anni.

Un compleanno strano.

Per la prima volta senza mamma, ma anche fuori dalla malattia dopo anni di cure, un compleanno che è caduto dopo un piccolo intervento chirurgico.

Non ho pensato di festeggiarlo, non capivo esattamente che cosa mi avrebbe fatto star meglio, ancora concentrata sulla guarigione post operatoria e con il cuore un po’ chiuso.

– Carlina, siamo nate lo stesso giorno! Festeggiamo insieme?

– È una bella cosa, ma io non ho la testa per preparare una festa.

– Tu non devi far niente, mi occupo io di tutto. Devi solo partecipare. Faccio un paio di torte.

E così martedì 15 maggio Monica si è alzata alle 5 e ha cucinato prima di andare a lavorare. Quel giorno non ha corso, come ogni mattina, e ha davvero pensato a tutto, anche al tavolino da campeggio da sistemare sul prato del parco. Durante la giornata l’ho sentita stanca e anche un po’ preoccupata. Alle 20 tutto era pronto.

Quella sera ho corso con il mio gruppo. Avevo bisogno di capire come stavo e sciogliere i miei pensieri. Monica mi ha detto che lei sarebbe andata il giorno dopo.

Al termine dell’allenamento ho raggiunto il nostro prato delle feste e con stupore ho realizzato che Monica non aveva preparato un paio di torte: quella mattina aveva sfornato 7 torte tutte diverse e 2 focacce, poi era andata a lavorare.

– Monica sei matta!

– Ci tenevo. Mi ha fatto piacere.

Subito dopo sono arrivati gli amici dell’allenamento. Sudati e stanchi. E anche quelli che l’allenamento non l’avevano fatto, più eleganti di noi.

Hanno regalato a me e a Monica un po’ del loro tempo, in una serata primaverile piuttosto fredda.

È arrivato un bouquet di tulipani gialli e una coroncina stupenda da regina per entrambe. Le torte di Monica sono state le vere protagoniste dei festeggiamenti. Buonissime, tutte, dal cioccolato alla nocciola, hanno reso il tavolino da campeggio un bancone da pasticceria.

Emozionata sono tornata a casa con il pensiero di non aver ringraziato tutti, di non aver ringraziato abbastanza Monica. Nelle sue torte ho sentito l’affetto e la generosità.

La serata si è conclusa con una cena buonissima. E un ottimo vino.

– Carlo, non mi aspettavo una festa così, magari se sei stanco saltiamo la cena, io sono già contenta. Ti riposi un po’.

– Non se ne parla proprio, non è ancora finito il giorno del tuo compleanno. Ora passiamo al pesce.

E così ho scelto un vestito e sono andata a cena con l’uomo della mia vita.

Sabato mattina ero al mercato con mio papà. Da lontano vedo mio fratello, aveva già fatto la spesa.

Mi guarda e sorride:

– Ho comprato le fragole. Sembrano molto buone. Vado a casa e provo a preparare la torta che ti preparava mamma per il tuo compleanno. Era questa, giusto? Pan di Spagna, fragole e panna?

Un po’ stupita, rispondo:

– Sì, mamma diceva sempre che la torta alle fragole è la torta dei nati nel mese di maggio. Ma non è il caso, mi fa piacere, ma preferisco che tu vada a correre come fai il sabato mattina.

– Sarà più buona di quella di mamma. Stai a casa di papà e noi arriviamo con la torta.

Papà ed io prepariamo tutto per la festa, in silenzio, un po’ straniti. Cerco in un armadio piattini e bicchieri, scelgo una tovaglia e aspetto.

Arrivano i miei fratelli, con i miei nipoti. Arriva la torta, quasi uguale, forse con una variante sulla copertura.

– Allora, come è venuta? Mi ha anche aiutato Michi.

– È buonissima. Strepitosa.

In effetti la torta è anche più buona di quella di mamma, ha qualcosa di diverso nel pan di Spagna. Luca ha aggiunto un ingrediente, ma non ci dice quale. Proviamo a indovinare, ma nessuno di noi riesce a scoprirlo. Questa torta sarà la nuova torta di famiglia dei nati in maggio.

– Luca, ma sei andato anche a correre?

– No, forse vado stasera.

Felice, mi viene in mente che il regalo più bello spesso è quello che arriva da un piccolo gesto di generosità.

Tornando a casa penso che questo compleanno lo ricorderò come il compleanno delle torte fatte in casa, impastate da mani che si stendono verso di me.

Il compleanno delle ricette che ricordano il passato e di quelle che sanno di nuovo. Le ricette per torte che profumano di affetto e di amore, come tutte le persone che hanno reso il mio compleanno un giorno speciale.

Grazie a tutti.


È solo malinconia

– Cosa hai mamma?

– Niente, Carlina. È solo malinconia.

La mia famiglia andava in vacanza nel mese di luglio. In campeggio. Stipati dentro un’auto, borse sulle ginocchia, carrello tenda, si puntava dritti al mare, in Toscana o più a sud.

Papà guidava concentrato, noi ci lamentavamo perché stavamo stretti e avevamo caldo e mamma cercava di mantenere la calma, messa in mezzo tra il nervosismo e la stanchezza di mio padre e i nostri capricci.

Arrivati alla meta, la fatica proseguiva nella scelta del campeggio, che poteva essere già pieno (come segnalava il cartello all’esterno) oppure ancora con qualche disponibilità di posti. Lo si girava a piedi, affamati e stanchi, sotto il sole, si guardavano i servizi igienici, l’ombra garantita dagli alberi e poi ci si consultava tra noi: il più delle volte si proseguiva per visitarne almeno altri due, infine esasperati se ne sceglieva uno, magari peggiore di quelli visti qualche chilometro prima oppure proprio quello che tutti noi desideravamo.

L’impresa si concludeva con l’ingresso in auto con il traino all’interno del campeggio fino alla nostra piazzola. E finalmente si procedeva con il posizionamento del carrello tenda. A quel punto si parlava poco tra noi, stanchi e un po’ preoccupati che tutto andasse bene. Io ero sicuramente la più musona, forse sognavo sempre qualcosa di meglio. Mia mamma e mia sorella erano più ottimiste, mio fratello cercava di aiutare papà.

Avevamo tutti molta fame, perché l’ora di pranzo era di solito l’ora in cui si arrivava a destinazione. Mia madre tirava fuori dal frigo portatile l’insalata di riso, immancabile piatto in qualsiasi viaggio oltre le due ore, apriva un telo a terra, ci faceva sedere distribuendoci piatti e posate di carta e mio padre ormai stremato dalla stanchezza apriva lo scomodo carrello tenda. Ancora qualche acrobatica manovra per raddrizzarlo e poi anche lui si cercava un posto per sedersi e guardare a distanza la sistemazione conquistata. Aveva il viso stanco e tirato. Infine andava a parcheggiare la macchina. Lì, dopo quell’ultima azione, la nostra vacanza aveva inizio.

Nel 1986 morì mia nonna e qualche mese dopo noi partimmo per le vacanze.

Mia mamma cercava di nascondere il dolore, ma ogni giorno per qualche ora vedevo il suo sguardo intristirsi. Sorrideva, ma era triste.

Ripeteva che era solo malinconia. A me veniva un crampo allo stomaco a vederla così, e lei, a quel punto, diceva:

– Su, andiamo a caccia di bellezza!

La mia vacanza a Cannes è stata la mia prima vacanza senza mamma. Senza la nostra consueta telefonata, la telefonata in cui le raccontavo che stavamo bene, che forse avremo speso un po’ di più rispetto alle previsioni, che era tutto bellissimo. Finivo col raccontarle qualche dettaglio che avevo notato, qualcosa di frivolo e divertente. La nostra conversazione, di solito, si concludeva così:

– Mamma, è davvero bello. Mi piacerebbe tornarci con te.

– Grazie Carlina. Per ora cattura tutta la bellezza che puoi.

A Cannes è stato tutto emozionante: il giorno della gara di Carlo, le cene con gli amici, le passeggiate lungo il mare, il mercato, le isole Lérins, la corsa sulla Croisette. Eppure, in alcuni momenti, mi sono sentita triste:

“È solo malinconia, Carlina”. Ho ripetuto più volte a voce bassa.

Un giorno sono stata a un mercato dell’antiquariato e dell’usato, una passione ereditata da mamma che adorava aggirarsi tra i banchi alla ricerca di qualche ciarpame affascinante. Ho pensato a lei, a quando rientrava a casa con qualche oggetto acquistato al mercatino, di solito rideva e diceva:

–  Al mercatino ci sono più “baracche” che cose interessanti, ma è divertente. Ho trovato una piccola cosa.

A quel punto tirava fuori un foulard, una tazzina, un vaso, un anello o chissà quale altro oggetto in cui aveva intravisto bellezza.

Al mercatino di Cannes con un foulard di seta tra le mani ho pensato di telefonare a mamma:

– Non sai cosa ho trovato, mamma!

Ho posato quel foulard simile a quelli che lei indossava e ho proseguito il giro tra le bancarelle.

Qualche ora più tardi ero con Carlo sull’Isola di Santa Margherita, seduta su uno scoglio.

– Che meraviglia, Carlo.

– Si, è bellissimo.

– Fermiamoci ancora un po’.


Il dolore buono

Dieci anni fa presi parte alla mia prima gara competitiva. Era aprile, c’era il sole, e con mio papà e mia mamma venni a Torino per correre la mia prima Vivicittà.

A quell’epoca correvo per tenermi in forma, non era un gran bel periodo, lavoravo tanto e mi divertivo poco.

Quel giorno mio papà mi svegliò prestissimo con una telefonata invitandomi a fare qualcosa di diverso: correre al Parco del Valentino in una giornata di sole. Mi convinse minimizzando sulla gara e dicendomi che lui e mamma avrebbero fatto la camminata di 4 chilometri. Mi disse che il Parco del Valentino in primavera era bellissimo. Che valeva la pena provare a fare una gara tanto per far qualcosa di diverso.

Così mi preparai velocemente e lui mi venne a prendere a casa. In viaggio gli chiesi di quanti chilometri era la gara e ovviamente lui diede una risposta approssimativa:

– circa una decina

disse, senza aggiungere molto altro.

Mio padre ha sempre adottato questa tecnica per convincerci a fare imprese sportive. Quando si partiva per una gita in montagna, arrivati al parcheggio, guardava verso la meta e diceva:

– ci vorrà un’ora a piedi, se non vi fermate ogni 10 minuti anche meno.

E quasi sempre il sentiero richiedeva circa due ore di cammino.

In fondo però ha sempre avuto ragione lui, non ci siamo mai buttati per terra esausti, i miei fratelli ed io, al massimo finivamo per lamentarci e tenevamo il broncio per qualche ora. Ma alla meta, in qualche modo, si arrivava sempre.

Quella mattina del 2008 al Valentino, ero davvero inesperta, mi iscrissi alla gara, mi avvicinai alla partenza e con le cuffiette a tutto volume iniziai a correre. La gara mi sembrò lunghissima. Faticai parecchio, eppure su uno dei ponti del percorso ricordo di aver pensato che correre non era poi così male.

Arrivai sul rettilineo finale e vidi a farmi il tifo mio padre e mia madre. Proprio lei, con quel suo indimenticabile sorriso. Credo che fu l’unica volta che mamma vide un mio arrivo.

Oggi ho scelto di correre la Vivicittà. E ho pensato a mamma tutto il tempo.

Oggi non ho sentito male al gluteo, nonostante l’infortunio. Non ho sentito nulla, solo il dolore che mi accompagna dal 5 marzo. Oggi volevo ricordare quel giorno di aprile di tanti anni fa e cercare di fare ancora meglio.

Da quella gara in poi la corsa entrò nella mia vita, regalandomi gioie, soddisfazioni, amicizie e forza. E soprattutto l’amore.

Qualche settimana fa ho corso piangendo fino al traguardo, sentivo il mio cuore scoppiare e all’arrivo piansi ancora molto abbracciando un caro amico. Non riuscivo a trattenere le lacrime.

Questa mattina il dolore e il ricordo hanno preso un’altra forma, forse un po’ più dolce. Mi è parso un dolore più buono. Un ricordo più conciliante. Ho immaginato di entrare in un disegno con tanti puntini da unire con una matita e ho provato a tracciare una linea tra due puntini.

Questa mattina ho vinto. Ho vinto ricordando quel giorno in cui scoprii che la corsa non è poi così male e immaginando il sorriso di mamma.

Ho vinto per telefonare a papà e dire:

– comunque sono 12 chilometri, papà. Ma oggi ho vinto. E mamma ha sorriso anche questa volta. Ne sono sicura.


È arrivata la primavera

Ciao Mamma,

è arrivata la primavera e tu non ci sei più. La primavera è sempre stata una stagione importante per te, molto più dell’estate che con il caldo torrido e le città che si svuotano non ti è mai piaciuta molto. In primavera tornavi allegra, piena di energia, abbandonavi l’auto e salivi sulla tua bicicletta tanto amata per stare il più possibile fuori casa, in mezzo alla gente.

Ricordo che per te il passaggio dall’inverno alla primavera era un passaggio da celebrare.

Quando eravamo piccoli ci caricavi in macchina e ci portavi appena fuori città a raccogliere le primule e a fare un picnic. Ci dicevi di guardarci attorno e ammirare i prati fioriti. Amavi i fiori. La crostata, le pizzette fatte in casa e i succhi di frutta, era questa la nostra merenda sul prato. A volte, quando eravamo quasi adolescenti, questo rito della primavera ci sembrava un po’ patetico, una perdita di tempo e credo che le ultime volte avessimo anche protestato perché non ne capivamo il senso.

Con l’arrivo della primavera quando eravamo più grandi spesso ci andavi da sola ad ammirare la fioritura, nel primo pomeriggio. Facevi una lunga passeggiata e tornavi a casa con fiori di campo raccolti durante il percorso. Tornavi allegra, con lo sguardo vivace, e sistemavi i tuoi fiori in un vaso in bella vista.

Quando mi sono ammalata la prima volta, era vicino alla Pasqua, pranzammo da Elisa e poi noi tre con il piccolo Federico andammo a passeggiare in collina. Tu continuamente ci facevi notare alberi in fiore e ti fermavi a raccogliere margherite. Quella passeggiata, per te ed Elisa fu simile a tante altre, per me fu motivo di ispirazione per non scoraggiarmi, per provare ad avere una visione positiva e colorata del mio futuro. Un prato fiorito, dopo un clima rigido. Quella passeggiata mi diede speranza.

Oggi è arrivata la primavera e io non riesco a essere allegra. Mi manchi, e osservare i ciliegi in fiore e i prati di margherite mi provoca dolore. Eppure so che non è quello che vorresti tu, proprio quei picnic in collina e la raccolta delle primule erano il tuo tentativo di regalarci un po’ di serenità, di trasformare la durezza dell’inverno nella dolcezza della primavera, anche nei nostri cuori. Di insegnarci a essere grati alla vita, rispettandola e celebrandola nelle sue diverse stagioni.

Ti regalerò i fiori più belli e preparerò un bel picnic.


Ciao mamma

Mamma non ha mai amato molto la corsa. Non si è mai sentita sportiva, ma soprattutto non è mai stata interessata all’aspetto agonistico.

Eppure per circa cinquant’anni la corsa ha fatto parte della sua vita. Mamma amava papà. Tantissimo. E papà è stato podista e dirigente sportivo.

Mamma ha sempre compreso l’importanza delle passioni, il desiderio di ognuno di inseguirle, coltivarle, trasformarle in parte della propria vita. Così è stata sempre al fianco di papà e alla sua passione per la corsa. Ha fatto dei grandi sacrifici perché papà e ognuno di noi potesse non rinunciare a ciò che ci faceva brillare gli occhi. A volte si lamentava, per esempio quando papà trascorreva troppo tempo al campo sportivo, oppure quando recentemente a cena si parlava di sport e di corsa. Lei amava far del bene, credeva nel valore del volontariato, nel rispetto per gli ultimi e dedicava molto del suo tempo al servizio degli altri. Forse considerava la pratica sportiva un atto puramente individualistico. Cercava di spostare i nostri discorsi su temi più impegnati e noi la prendevamo in giro e spesso non capivamo le sue scelte.

Ma mai avrebbe ostacolato le nostre passioni, temeva soltanto che la corsa potesse diventare un’ossessione. Una di quelle ossessioni che accecano cosi tanto da farci diventare egocentrici e insensibili.

Recentemente con lei condividevo questo blog, le facevo leggere i miei post e ne discutevamo insieme. Era felice della mia guarigione e aveva ben compreso quanto la corsa mi avesse aiutato a superare i periodi più bui. Mi incoraggiava a scrivere, anche di corsa, diceva che stavo facendo qualcosa di importante, che regalare un po’ di speranza e di forza era un grande gesto, così diceva.

L’ultima volta che ci siamo sentite le ho parlato del mio infortunio al gluteo, ovviamente lamentandomi. Le avevo telefonato. Lei mi ha ascoltato e poi mi ha passato papà con cui credeva potessi avere maggiore intesa su un argomento così circoscritto al mondo dello sport.

Era però convinta di una cosa, era convinta che lo sport potesse essere un’occasione per incontrare persone e intrecciare amicizie, per sentirsi bene e per esprimersi attraverso i propri talenti. Per provare gioia e soddisfazione. Per avere un’occasione di riscatto. Per divertirsi. Sì, questo, negli ultimi anni, me lo ricordava spesso, mi diceva:

– ricordati che è solo un gioco

Ciao mamma, non ho più tanta voglia di giocare, ma ho pensato a questo: se riuscissi a ritrovare un po’ di gioia forse potrei tornare a donarla agli altri come avresti voluto tu. Che ne pensi?


Da lì a là …

Forza Carla. Sarà come correre una maratona. Dovrai avere pazienza e fare tutto quello che c’è da fare.

Mi dicevano così gli amici per incoraggiarmi a non mollare, un esempio chiaro a tutti, o quasi. Sì, perché io li ascoltavo ma dentro di me rimanevo confusa come prima.

Io non ho mai corso una maratona!

Lo dicevo a me stessa, ma non agli altri: mi pareva un consiglio così giusto che non osavo ammettere la mia inesperienza.

Pazienza, metodo e sacrificio. A volte non basta neppure quello, ma ammetto che quel lungo percorso dal primo esito all’ultimo giorno di terapia è stato conquistato passo dopo passo anche con pazienza, metodo e sacrificio. E poi fortuna. Tanta.

Tra meno di due mesi correrò la mia prima maratona. È capitato un po’ per caso. La partecipazione a un concorso e la mia storia che è piaciuta. Quando ho deciso di iscrivermi alla selezione non avevo minimamente idea di cosa tutto ciò comportasse e forse non l’ho neppure ora. Ma quando la mia storia è stata scelta ho pensato che andava bene così: una maratona non premeditata che avrebbe nuovamente portato scompiglio nella mia vita. Una scelta forse sbagliata, un errore strategico, un cambio di direzione, soprattutto un cambio di passo.

Una mia amica diceva sempre scherzando: ciò che avviene conviene. Fu lei a dirmi un giorno, dopo il primo tumore:

– vedrai che tornerai più consapevole di prima e farai come una ragazza che ho conosciuto da poco che dopo il cancro si è iscritta a una maratona

– Perché una maratona? Dissi io

– Credo perché è una follia, rispose.

E poi rise forte, camminandomi accanto, con quel suo passo sicuro.

Spesso ho sentito parlare di maratona come metafora della vita. Sinceramente, non so, ho qualche dubbio. La maratona come un grosso impegno, una piacevole o noiosa gabbia di allenamenti mi sembra più corretto. La maratona come un faticoso traguardo raggiunto credo di sì. La maratona come una forte emozione pure. La maratona, comunque, non la so raccontare, magari tra qualche mese sì. Forse è davvero tutto questo o forse no.

Quando racconterò la mia maratona, sperando di portarla a termine, vorrei poter parlare di pensieri leggeri, di senso di libertà, di festa, di gratitudine, di emozioni e di sentimenti. Di divertimento.

Prima di ammalarmi pensavo alla maratona come un vero traguardo, poi solo come corsa simbolica. Ora la immagino come una lunga e spero divertente avventura.

Ho deciso di iscrivermi per fare una follia.

Simbolicamente con la corsa vorrei distribuire sui quei chilometri la mia gratitudine verso tutti quelli che mi hanno accompagnato in questo lungo periodo di sofferenza, dare un po’ di forza a chi sente di non averne più e riuscire a abbracciare tutti ad ogni passo. (le mie motivazioni)

No, questa volta non sarà come correre una maratona. Sarà la maratona: un gioco. Semplicemente un gioco.

– Zia, ma quanto è lunga la maratona?

– 42km e 195 metri. Come da Pinerolo a Torino più un pezzo

– TUTTO DI CORSA??

– Sì, se si riesce, sì

Gli occhi azzurri di Federico si fanno più luminosi. Magari pensa ancora alla maratona. Rimane in silenzio. Poi si entusiasma e dice:

– Devi fare ancora un bel pezzo dopo Torino. Il cartello stradale dice 38 km. Non hai finito quando arrivi lì.

La voce seria, divertita e un po’ di sfida mi fa sorridere. E mi risuona nella testa. Penso a tutte le volte che camminando con lui per mano, a un certo punto, di fronte a un rettilineo, mi lascia la mano e partendo per primo urla:

– Da lì a là…. tutto di corsa.

Ecco! Vorrei che fosse così la mia prima maratona.


Ho pianto sul podio

Ho pianto. Sì, questa volta ho pianto davvero sul podio.

– Carla, muoviti, ti stanno cercando per la premiazione!

– Per la premiazione? Quale premiazione?

– Sei la prima donna italiana. Vieni con me, ti stanno aspettando, mi dice Carlotta.

Sono seduta sul marciapiede e mi sto sfilando la maglia, quando la srotolo di nuovo in vita per capire cosa sta succedendo.

– Non è uno scherzo, sei prima!

Penso che non ho avuto il tempo di sistemarmi la tuta, i capelli sembrano quelli di Piperita Patty, l’amica di Charlie Brown, non mi sono neppure cambiata la maglietta, ho il pettorale con soli due spilli, forse puzzo, insomma, non sono sicura di voler andare così, ma la premiazione è già iniziata, per motivi logistici si fa in fretta per poi andare in conferenza stampa e all’anti-doping. Prendo le mie borse, la bottiglietta d’acqua e seguo Carlotta, più lucida di me.

E poi salgo sul podio. Ricevo la coppa e dei fiori bellissimi e suona l’inno di Mameli.

Mi sembra impossibile e invece succede tutto sul serio. Inizia a scendermi qualche lacrima. Nessuno conosce la mia storia a Napoli, non sanno che mi sono ammalata e che è un miracolo che io sia lì, che mai avrei immaginato di poter salire su un podio in una gara internazionale. L’inno sembra durare tantissimo. Forse dovrei star ferma, ma non ci riesco. Non trattengo più le lacrime e libero il pianto. Piango fino alla fine della premiazione. Piango.

Poi i complimenti, l’abbraccio di Carlo dopo la premiazione, l’affetto dei miei amici presenti a Napoli, le foto, i messaggi meravigliosi dei miei compagni di corsa, di tutta la mia squadra, dei miei colleghi, degli amici, la telefonata alla mia famiglia. Poi la pizza e il brindisi. Un paio d’ore di stordimento completo. E ancora una passeggiata con Carlo sul lungomare, al sole, con lo sguardo rivolto al Vesuvio.

E dire che non ero sicura di correre. Come spesso accade quando ci si allena, un muscolo della gamba si era contratto a inizio settimana, sapevo che non era nulla di importante ma ero piuttosto insicura sul risultato finale. Anche un po’ dispiaciuta. Poi durante la gara, ho smesso di pensare alla gamba, sentivo male ma non troppo e ho deciso di provare a correre bene. Ero rilassata, senza obiettivi, ho avuto dei buoni compagni di corsa che mi hanno incoraggiata per tutto il percorso, un runner vestito di verde che non ha smesso di sostenermi e ricordarmi che eravamo lì per goderci la gara. Non sapeva nulla della mia storia, ma sembrava conoscermi da sempre. Correndo lungo il golfo di Napoli mi sono sentita fortunata, tanto, e in piazza del Plebiscito ho anche sentito la voce di un’amica d’infanzia, la mia amica Ines, con la quale da piccola facevo atletica. Ho girato la testa verso quella voce e le ho sorriso. Che sorpresa anche quella!

Nel pomeriggio ho ripensato tante volte a quello che era successo. Mi sono seduta su una panchina di fronte al mare. Mai avrei immaginato di ritrovarmi su un podio di una corsa internazionale. Non lo immaginavo prima della malattia e tanto meno dopo essermi ammalata. Guardando il mare ho pensato che forse funziona un po’ cosi. La vita ti gioca dei brutti scherzi e a volte ti regala delle belle sorprese. Non ci resta che provare a rialzarci ogni volta.

Un giorno ero seduta al bar dell’Ospedale di Candiolo, ero già stata operata, avevo affrontato tutti gli esami peggiori e mi avevano appena illustrato la terapia con interferone. Ero molto scoraggiata, sapevo che sarebbe stata dura e temevo che il periodo di cure sarebbe stato troppo lungo per riuscire a portarlo a termine. Mi lamentai con mio fratello e con Carlo:

– Ma cosa stai dicendo Carla? Ma cosa sono due anni di cure contro una vita ancora possibile.

– Sì, però …

– Però niente. Non capisci … guarda le cose in prospettiva.

– Hai una possibilità, è una gran fortuna.

La prospettiva. Non riuscivo a mettere nulla in prospettiva. E una possibilità. Neppure quella riuscivo a comprendere bene.

Sul podio ho capito quanto avessero ragione Luca, mio fratello, e Carlo. Quanto ero stata fortunata.

Napoli mi ha strizzato l’occhio. Mi ha regalato quella possibilità. Ha compiuto una magia. E io non lo dimenticherò mai.