preferisco correre


il runner dell’autogrill

– Quando ho visto la tua medaglia mi sono venuti i brividi. Grazie per avermi raccontato la gara.

Mi saluta così il ragazzo marocchino dietro la cassa dell’autogrill nei pressi di Ceva. A volte sembra che tutto faccia parte di un progetto più grande, a volte sembra che le coincidenze arrivino non per caso. E così anche i nostri incontri.

Lo scorso weekend Carlo ed io con alcuni amici siamo stati a Nizza per la Prom’ Classic, una storica gara di 10 chilometri sulla Promenade Des Anglais. La gara è una scusa per trascorrere qualche giorno in una località che ci piace molto e che frequentiamo spesso.

A Nizza ho partecipato alla mezza maratona 3 volte. La prima volta ero piuttosto insicura, era la mia seconda mezza, la seconda volta fui felice di migliorare il mio personale, la terza volta con una partecipazione molto simbolica, al termine dei 40 giorni di terapia in ospedale. Faticai molto, ma arrivai con Carlo al traguardo tenendoci per mano e augurandomi che tutto andasse per il meglio.

Quel rettilineo dall’aeroporto fino allo striscione d’arrivo mi sembrò infinito ma anche magico: le bande musicali, il pubblico sul percorso, i palloncini e il mare mi parvero un regalo incredibile. Fu un grande stimolo.

Quest’anno l’umore è molto alto, finalmente fuori da tutte le terapie, libera dai farmaci, corro con gioia e impegno. Con tanta allegria e gratitudine. Mi piace guardarmi attorno osservando i runner francesi di ogni età, i top runner (molto numerosi) e le donne tutte insieme alla griglia di partenza. Attendo lo sparo mescolandomi tra loro.

Il vento è il vero protagonista degli ultimi 5 chilometri. Chilometri durissimi dove con fatica si riesce a stare in piedi. Al traguardo si respira un clima di festa e di soddisfazione. La fatica sparisce, ci si aspetta al traguardo e piano piano le strade di Nizza si riempiono di atleti in calzoncini e magliette colorate.

Arriviamo tardi alla premiazione. Grazie ad un’amica e al suo francese perfetto, vengo chiamata lo stesso sul podio per ricevere la coppa. Indosso la medaglia, tengo stretta la coppa e sorrido agli amici. Proseguiamo la giornata con un bel giro a piedi tra le viuzze di Nizza Vecchia e un pranzo abbondante in un caratteristico bistrot.

Saliamo in auto verso metà pomeriggio. Percorso alternativo fino a Mentone per aggiungere qualche sosta panoramica e poi dritti in autostrada. Ci fermiamo a fare rifornimento poco prima di Ceva.

Entro in autogrill, mi dirigo verso il frigo delle bevande, prendo una bottiglietta d’acqua e vado a pagare.

Il ragazzo dietro il bancone mi guarda e mi chiede:

– Hai corso?

Sì, dico io, ma sono un po’ stupita e gli chiedo come lo ha capito.

– Dalla medaglia.

– Ah già la medaglia!

Non avevo tolto la medaglia. Vergognandomi per quel bizzarro look cerco i soldi per pagare e metto sul bancone le mie monete, guardando verso il basso.

– Quanto?

– Quanto cosa? dico io, sollevando la testa

– Quanto hai fatto? E quanto lunga?

– 10 km, 38:49, sussurro con un po’ di stupore.

– Brava! Anch’io in Marocco correvo.

– Sul serio?

– Sì, 10 km in 31′. Ora qui non ho più tempo, non corro più. Ho provato una volta, dopo due anni e ho fatto 37′, ma non posso correre, mi piacerebbe, ma non posso. Troppo lavoro, pochi soldi.

Rimango di sasso. E mi congratulo.

– È un grandissimo tempo! Sei fortissimo!

Lui si scusa per avermi chiesto della gara e dice:

– Quando sei entrata con la medaglia al collo mi sono venuti i brividi. Mi sono emozionato. Volevo che venissi a pagare per chiedertelo.

Guarda verso il datore di lavoro, gira attorno al bancone e ci accompagna fuori. Torna a guardare la medaglia e dice:

– Brava, fai bene a correre!

Non so cosa dire, lo ringrazio e sorrido. Insisto con lui perché non abbandoni la corsa, lo invito a iscriversi a una società podistica e a riprendere la sua passione. Non gli chiedo il suo nome, mi faccio promettere che già dal giorno dopo faccia il possibile per ricominciare a correre.

Deve rientrare, il bancone è scoperto. Ci salutiamo, mi dice che proverà a correre in settimana e mi ringrazia di nuovo.

Salgo in macchina e mi torna in mente la storia dei brividi e il suo sorriso.

Amico runner, spero tanto di rivederti e di leggere di te e dei tuoi risultati. Non smettere di sognare.


La fascia magica

arrivo ekirun milano 2016

Domenica 12 novembre si è svolta a Milano la terza edizione dell’Ekirun.

Avevo iniziato da qualche mese la terapia, quando lo scorso anno mi dissero:

– Regina, ti iscriviamo ad una staffetta che organizzano a Milano. Si chiama Ekirun
– Amici, voi siete pazzi, non corro da mesi, vi faccio fare una pessima figura. E poi cos’è l’Ekirun?
– Regina abbiamo deciso: corri con noi. Vedrai ti piacerà. Non ci importa del risultato ci interessa che tu la faccia con noi. A Milano il percorso è lungo quanto una maratona, diviso in 6 frazioni (3 lunghe da 7 o 10 km e 3 corte da 5 km), dobbiamo solo scegliere le frazioni, tu potresti fare gli ultimi 5 chilometri.

A casa rifletto su cosa fare. È una soluzione per distrarmi, penso. Alla fine decido di partecipare.

La nostra squadra è assolutamente irregolare: per essere mista deve essere composta da tre femmine. La nostra è composta da Diego, Dario, Paolo, Andrea, Salvatore ed io. Toccherà a me tagliare il traguardo e concludere la gara.

Ci scaldiamo in pista, proviamo i cambi e accompagniamo alla partenza il nostro primo staffettista. Siamo emozionati e impazienti come bambini. Il testimone è una fascia da infilare durante la corsa, il tasuki, simbolo della solidarietà tra i vari concorrenti. Proviamo a passarci la fascia e giochiamo sul prato della pista di atletica a far finta di essere atleti veri, anzi professionisti.

La gara inizia: accompagniamo Salvatore alla partenza. Si parte. Uno a uno ci posizioniamo in zona cambio, saltelliamo sul posto in attesa di veder apparire il nostro compagno di squadra all’interno dell’arena. Tifiamo così forte da perdere la voce.

Corriamo tutti dando quello che riusciamo. È la magia della staffetta: corri per te ma sopratutto corri per i tuoi compagni. E la corsa da sport individuale si trasforma in sport di squadra.

Finalmente arriva il mio turno, non guardo l’orologio e corro più forte che posso. Oltre lo striscione ritrovo i miei amici ad aspettarmi e mi luccicano gli occhi. L’arrivo è in pista, tutto sembra evocare un’impresa grandiosa. Al termine della staffetta ci sistemiamo in cerchio e ci abbracciamo.

È solo un gioco, ma è bellissimo.

Di fronte a un anno che si presenta lungo e faticoso, in quel momento con la fascia appoggiata di traverso sul mio petto mi sento pronta a affrontare il peggio. Mi sento bene.

Sul treno che ci riporta a Torino non sembriamo stanchi neanche un po’, siamo solo euforici. Sì, torniamo bambini per qualche ora. Il momento simbolico del passaggio del testimone ci entra nel cuore, la pista di atletica ci emoziona. A quel punto mi chiedo che cosa sia esattamente un ekiden. Cerco qualche informazione.

Ekiden è una corsa a staffetta su strada e nasce in Giappone nel 1917 con una gara fra Kyoto e Tokyo su un percorso di 508 chilometri per festeggiare lo spostamento della capitale. Negli anni la disciplina ha acquistato molta popolarità, oggi le staffette a squadre su varie distanze sono diventate lo sport nipponico più popolare. Una disciplina che riempie le strade di tifosi per le sue prove più importanti, ad esempio per l’ekiden di Hakone, il 2 e 3 gennaio, il più grande evento sportivo del Paese. E dire che è riservata soltanto alle squadre universitarie della zona di Kanto, intorno a Tokyo. Poi ci sono le ekiden aziendali, le amatoriali e anche quelle che si svolgono nei parchi. Una vera ossessione, pare. Si ispira ai monaci maratoneti, sacerdoti eremiti che corrono mille maratone in mille giorni per raggiungere l’illuminazione.  Solo 46 negli ultimi cent’anni sono riusciti a portare a termine l’impresa.

Oggi l’ekiden raggiunge livelli di competizione altissima tra le varie squadre. Da queste competizioni emergono atleti di talento incredibile e con risultati sbalorditivi. Atleti pagati molto bene dalle aziende che incarnano lo spirito di responsabilità, fedeltà e solidarietà.

Per me l’ekiden è stato soprattutto correre in squadra. Quel giorno in staffetta ho vissuto qualcosa di simile all’emozione che provavo da piccola durante le vacanze estive, quando con gli amici si tentavano imprese avventurose e si condivideva la paura e il segreto di aver fatto spesso qualcosa di non autorizzato. Ciò che rendeva quei pomeriggi unici non era tanto l’obiettivo raggiunto, spesso lo si dimenticava con il passare delle ore, ma la gioia e l’agitazione di aver vissuto qualcosa al di fuori dall’ordinario. Di essere stati complici e uniti per qualcosa di eroico. La forza dell’immaginario e quella dello stare insieme agli altri. In quelle calde giornate estive ricordo l’entusiasmo di poter giocare all’aperto per ore. E poi le paure da sconfiggere, le insicurezze, l’incertezza di non essere capace. Il gioco piano a piano prendeva forma e tutto quel carico di sentimenti contrastanti sembrava sospeso per qualche ora. Il significato simbolico di alcune azioni ci faceva sentire meglio.

Proprio come quel giorno a Milano, proprio come spesso accade nella corsa. Sospendere tutto e giocare. Alleggerire l’animo e provare a entrare in contatto con noi stessi. Lasciarsi andare. Non proprio (o non ancora) l’illuminazione ricercata dai monaci maratoneti, ma neppure quell’ossessione che rende tutto troppo brutale.

 


Un gioco di carichi

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Il nome Regina, come mi chiamano spesso gli amici, nasce esattamente due anni fa, quando vinsi la Corsa da Re sulla distanza di 10 chilometri. Dopo quella corsa, qualche settimana più tardi, successe di tutto e il mio traguardo divenne un’altra cosa. Già in quell’edizione corsi una gara con tanta preoccupazione. Sapevo da pochi giorni che presto sarei entrata in ospedale e la mia vita sarebbe dipesa da un esito positivo o negativo. Pochi dei miei amici ne erano a conoscenza e io corsi per raccogliere le forze da tirar fuori nei mesi successivi. Quando qualcuno urlò che stavo per vincere la gara, sorrisi e feci uno scatto fino al traguardo. Viviana mi abbracciò per prima, sapeva delle mie preoccupazioni, si avvicinò e mi disse: andrà tutto bene. Molti amici  tifarono per me senza saper nulla e io mi sentii coccolata. Perché il tifo non è solo una questione sportiva. È un gesto gentile, uno sguardo, una voce amica che arriva quando ne hai bisogno.

Qualche settimana fa ho deciso di iscrivermi di nuovo alla 10 km, con la consapevolezza che mi sarei emozionata, con la paura che forse non sarebbe stato cosi facile rivivere quella gara che segnò l’inizio di un periodo difficile e faticoso. Decisi di iscrivermi per sfida, volevo avere più coraggio delle mie paure, superare quegli stupidi pensieri legati alla superstizione che ogni tanto prendono posto nella mia testa.
La gara è stata emozionante. Ho lottato fino all’ultimo metro, ma ho perso per una manciata di secondi il titolo di Regina. Non importa! Il tempo finale è stato superiore alle mie aspettative, ho avuto la fortuna di correre una bellissima gara e di correrla dal secondo chilometro con la Regina 2017 sulla distanza di 10 km. Laura, la vincitrice, l’ho conosciuta correndo fianco a fianco, ci siamo superate a vicenda almeno 20 volte, ho provato a prendere un po’ di vantaggio attorno al settimo chilometro, poi ho sentito una contrattura in arrivo e ho rallentato. Laura mi ha superato e mi ha detto

– è quasi finita, andiamo

Abbiamo allungato il passo, lei più di quello che sono riuscita a fare io e siamo arrivate al traguardo. Lì tutte sudate e stanche abbiamo riso sulle nostre tattiche, su come abbiamo gareggiato fino alla fine. Laura mi ha fatto i complimenti, poi è tornata da me e mi ha presentato la mamma. La competizione dura il tempo di una gara. Mi ha detto che avrebbe corso la maratona di Venezia e le ho augurato di raggiungere il suo obiettivo. Domenica ha corso in 3h 01′. Brava Laura!

Al traguardo, quest’anno, mi ha abbracciato Viviana, proprio come due anni fa. Si è avvicinata e mi ha detto: ce l’hai fatta.

Da una settimana ho una brutta contrattura alla gamba che mi impedisce di correre, mi spiace perché sto bene e vorrei approfittarne. Domenica non potendo correre Carlo ed io siamo stati in montagna. Forse con un infortunio avrei dovuto rimanere ferma, ma sono un’irrequieta e ho deciso di fare qualcosa comunque. Siamo stati a camminare in un posto molto bello, sopra il Rifugio Casa Canada. Nel bosco, circondata da mille sfumature di colore dal rosso al giallo, pestando le foglie con gli scarponcini ho ripensato alla settimana e a tutti quelli che mi hanno manifestato affetto e stima. È stata una settimana piena di emozioni, di momenti così intensi da pensare di non riuscire a gestirli, di ricordi difficili e di tanti altri sentimenti sovrapposti.

Spero di aver ringraziato tutti. E mi scuso se ho dimenticato qualcuno. Lo faccio ora.

Lungo il sentiero sono riuscita a rilassarmi con difficoltà. Nonostante il meraviglioso paesaggio, i colori, il sole caldo, io pensavo al mio dolore al muscolo sempre più presente, alle gare compromesse, agli allenamenti persi. Perché poi un po’ è cosi: vorremmo che il benessere durasse il più possibile, anche quando ti è già stato regalato più di quello che ti aspettavi. Mi sono sentita molto infantile, perfezionista e ingorda. Poco grata e un po’ egoista. È solo uno stupido infortunio! Di cosa ti lamenti! Intanto il bosco, molto più saggio di me, ha continuato a abbracciarmi con la sua forza delicata e magica. Forse avrebbe voluto dirmi di smetterla di mettermi al centro, osservare gli alberi centenari piegati dal vento e darmi una calmata. Terminato il sentiero mi sono seduta a terra su uno dei miei prati preferiti, di fronte alle montagne, di fronte al Re di Pietra. Ho osservato per qualche minuto le montagne e poi ho sentito una voce:

– ehilà! hai visto che giornata fantastica!

– Federico, sei tu!

Ho conosciuto Federico in ospedale, dopo il primo intervento, poi ci siamo visti alla consegna dei referti degli istologici, abbiamo ricevuto entrambi un brutto referto e siamo stati operati una seconda volta. Abbiamo più o meno la stessa età. Ci siamo incontrati nuovamente all’Ircss di Candiolo qualche mese più tardi per le terapie. E poi visti prima di qualche tac e di altri esami di controllo. Federico ha un iter simile al mio, lui però è stato operato a una gamba. È ancora in terapia.

– Carla, ti vedo bene!

– si, sto bene, ho anche corso domenica. Sono arrivata seconda

– brava! Io oggi ho arrampicato. Ti presento il mio amico di arrampicata

– piacere, Carla

Federico, si rivolge all’amico:

– Carla è la mia compagna di tumore. Ci siamo divertiti parecchio insieme!

Ride di cuore e dice:

– certo questo sì che è un bel posto! E noi? Quando ci vediamo di nuovo?

– ho la tac il 2 novembre

– peccato! Io la settimana successiva. Non riusciamo a incrociarci

Vedo Federico allontanarsi sorridente e entusiasta della sua giornata, si guarda intorno e cammina saltellando. Sembra un folletto. Se credessi nelle favole penserei che è spuntato dal bosco per ricordarmi di non esagerare con le aspettative, di prendere Carlo per mano e godermi il bello, che è tantissimo. Se gli avessi raccontato dell’infortunio, si sarebbe messo a ridere forte. E forse anch’io con lui, per poi tornare a lamentarmi qualche ora più tardi, sentendomi stupida e noiosa. Ma sono quasi certa che nel ritrovarci nei corridoi dell’ospedale Federico mi avrebbe guardato il muscolo della gamba chiedendomi notizie. Poi avrebbe sorriso ancora una volta augurandomi di tornare a correre presto, chiudendo dietro di sé la porta della sala visite.

Forse è così che funziona. Forse è un gioco di  carichi. La giusta distribuzione è facile quando il peso è così pesante che sappiamo da che parte si trova, diversamente, quasi sempre, per fortuna, invertiamo le parti, le sovrapponiamo, ne aumentiamo il peso o lo neghiamo. Capita di riuscire a fare solo così. Di saper far meglio o peggio, dipende dalle volte. Capita di incontrare folletti fuori dal bosco.


Questione di passo

Mi piace all’allenarmi con il mio amico Andrea.

Durante la malattia Andrea non hai mai smesso di chiedermi di correre con lui e spesso è stato così insistente che ho corso anche quando volevo solo mettere la testa sotto il cuscino. Come si faceva negli anni ’90 quando ci si incontrava per stare in giro con gli amici, Andrea passava sotto casa mia, suonava il citofono e mi diceva di infilarmi le scarpe da corsa.

– Sono Andrea, scendi, andiamo a correre
– Sono stanca, non ne ho voglia
– Ok, ti aspetto qua. Fai con calma

Andrea è molto più forte di me. Ci siamo conosciuti qualche anno fa al parco, durante un allenamento. Abbiamo corso fianco a fianco per qualche mese, poi lui ha iniziato a correre forte, tanto forte. È stata una delle prime persone con cui ho corso quando mi sono trasferita a Torino. Da sempre rido tantissimo con lui.

Ancora oggi, dopo le terapie, mi chiede di correre, anche se è ovvio che il mio correre corrisponde al suo passeggiare. Spesso fa finta di non farcela più, ma io so che mi sta aspettando. A volte fa anche finta di soffrire tantissimo per poter rallentare e tenere il mio passo. Respira e si lamenta della fatica. Muove le braccia in modo strano, flette la schiena e ruota la testa come se non riuscisse a finire l’allenamento. Ovviamente, non è così.

Durante tutti i mesi di terapia abbiamo corso con un passo lento, un passo utile a confidarci piccole e grandi preoccupazioni. Amo il parco anche per questo: soprattutto nei mesi più freddi diventa il luogo ideale non solo per duri allenamenti ma anche per pensare, confrontarsi con gli amici, magari correndo. Aiuta a liberare il respiro spesso incastrato in ansie che ci tormentano. A trovare soluzioni. Al parco ognuno sembra cercare le proprie.

Quando camminavo spesso, con ancora il drenaggio infilato nella schiena, mi capitava di guardarmi attorno con curiosità. Incontravo sempre un signore con tanta pancia che tutto sudato tentava di correre in modo costante, non ho mai visto qualcuno faticare così tanto e ho immaginato che fosse il consiglio di un medico ad averlo portato lì. Avrei voluto fermarlo e congratularmi con lui. Incoraggiarlo a non fermarsi. Incrociavo anche un’anziana signora, magra magra, che camminava così veloce da non poterle neppure sorridere per un attimo. Lei sembrava sicura di sé e già pronta per farcela o forse stava solo cercando di scappare da qualcosa. Ogni tanto mi imbattevo in una ragazza con una felpa nera enorme che correva piano piano ascoltando musica, sembrava appartenere a un altro mondo. Mi sono chiesta molte volte quale soluzione cercassero tutti quanti, intanto provavo a trovare la mia, tra un passo e l’altro.

Una sera, poco prima di entrare in ospedale, decido di fare le ripetute con Andrea. Un modo per fingere che tutto fosse normale. Facciamo le ripetute sui 1000. Andrea ovviamente mi sta davanti, spesso si gira per controllare che io ci sia ancora, fa finta di essere stremato e corre senza allontanarsi troppo.

Siamo all’ultima ripetuta, corro più forte che posso, per la prima volta mi capita di immaginare il mio tumore. Lo vedo. È dietro alla scapola. Visualizzo quell’immagine più volte e immagino di parlare con lui, implorandolo di stare fermo. Corro forte ma sono altrove. Andrea si volta verso di me più volte, sembra preoccupato, mi guarda confuso, mi conosce abbastanza bene per capire che quella espressione sul volto non è solo stanchezza. Rallenta, mi aspetta e insieme corriamo gli ultimi 100 metri.

Concludiamo l’allenamento tutti e due molto stanchi. È buio e fa freddo. Ci appoggiamo l’uno sull’altro per riprendere fiato. Non parliamo per qualche minuto, poi Andrea mi dice:

– Perché hai corso come una pazza? Ero preoccupato, ora sei anche pallida
– Forse per sentirmi viva. Non so, sinceramente non so

Torniamo a casa camminando, in silenzio.

– Carla, domani ti suono. Facciamo un lentissimo

Salgo le scale sorridendo. Sceglieremo un passo e lo chiameremo lentissimo, penso. Sarà il nostro passo per recuperare le energie, quello che ci permetterà di ridere da stanchi e di parlare di noi. Sarà un bel passo.


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Viaggiare fa bene

Viaggiare fa bene, dice Lonely Planet. A inizio agosto salutiamo la città, carichiamo i bagagli in auto e ci prepariamo a trascorrere due settimane di vacanza in Bretagna. Abbiamo ancora un appuntamento in ospedale, si tratta solo di ritirare un esito e poi si può impostare il navigatore. L’appuntamento con l’oncologo è alle 9, sarà lui a dirci come è andata la tac, subito dopo andremo dritti verso la campagna e da lì partiremo per le vacanze. Il colloquio si fa serio da subito e dopo circa mezz’ora di conversazione il mondo torna a cascarci addosso: la tac non è pulita. Nulla di grave, ma meglio verificare con una risonanza. Il suggerimento del medico è di partire comunque.

– Cosa facciamo Carlo?
– Partiamo. Stare qui sarebbe peggio.

Raggiungiamo la costa atlantica dopo circa 10 ore di auto, facciamo tappa a Bordeaux. Siamo angosciati, tesi e molto stanchi. La città ci piace. Il giorno seguente decidiamo di visitare la Dune du Pilat. Ci arriviamo in bicicletta, senza aspettarci nulla, non siamo ancora pronti alla meraviglia, ma dopo un breve tratto a piedi ci troviamo di fronte a una quantità di sabbia da credere di essere finiti in una trappola per turisti. No, la Duna è naturale ed è straordinariamente bella.
Lì, in cima, guardando in basso verso l’oceano, pensiamo di potercela fare. Supereremo anche questa, ci diciamo. Ci rotoliamo e ci buttiamo a terra, corriamo su e giù fino allo sfinimento. Riprendiamo le bici noleggiate e torniamo a Arcachon, punto di partenza della nostra gita. Finiamo la giornata con un aperitivo, stiamo meglio, riusciamo a sentirci perfino un po’ ottimisti. Pensiamo alle prossime tappe.

Il giorno successivo proseguiamo in auto verso la Bretagna.

La prima località che visitiamo ci accoglie con il brutto tempo. Ho voglia di tornare a casa, non sono più sicura di riuscire a rilassarmi, nel frattempo ho sentito l’ospedale per fissare la risonanza ed è tornata la paura. Carlo insiste per rimanere. Rivediamo il viaggio e programmiamo le giornate, aggiungiamo tour in bici e qualche piccolo trekking. Le località che ci piacerebbe visitare sono tante e il viaggio inizia a ispirarci. Leggiamo di percorsi ciclabili e sentieri panoramici, cose da vedere e da fare, esperienze da non perdere.

Il pensiero della risonanza di controllo si allontana e noi ripartiamo ancora una volta: pedaliamo lungo la Côte Sauvage in una bellissima giornata di sole cercando la pasticceria che inventò il caramello al burro salato, passeggiamo tra i menhir alla ricerca di Obelix, trascorriamo due giorni presso la Baie des Trépassés, luogo potente e misterioso. Scopriamo Pointe du Raz arrivandoci a piedi lungo un sentiero in mezzo alla brughiera, ci emoziona il suo faro, sulla punta del promontorio, e tutti e due immaginiamo il guardiano che ci lavorò fino a vent’anni fa, quando il faro venne automatizzato. Proseguiamo oltre il faro per raggiungere l’estremità e scorgere l’Île de Sein, seguiamo una traccia di sentiero con qualche passaggio un po’ esposto e ci fermiamo su un masso circondato dalle onde. Siamo sulla punta più occidentale della Francia e siedono accanto a noi pochi viaggiatori solitari e un giovane papà con sua figlia. È strano: le scogliere mi hanno sempre spaventata, eppure su questa punta dimentico tutto e rimango immobile. Guardo dritto davanti a noi, osservo il mare e mi sento forte.

Il viaggio prosegue tra camminate nei boschi, quelli dipinti da Gauguin, e spiagge ventose popolate da francesi poco vestiti che sembrano ignorare il freddo. Partecipiamo alla sagra della sardina, protagonista assoluta di Concarneau e mangiamo ostriche in riva al mare a Cancale. Scattiamo foto in una delle coste più belle della Francia, la Côte du Granit Rose, dove viene il dubbio che i massi siamo stati appoggiati per essere usati da sfondo in un cartone animato. Mangiamo galette bretoni in ogni luogo, salate e dolci. Finiamo il viaggio a Saint Malò, la città dei corsari. Ci godiamo in questo luogo magico le incredibili maree. Camminiamo e corriamo sulla spiaggia con la bassa marea, conquistati dai colori e dalla luce. I bastioni ci indicano fin dove può arrivare il mare quando si fa grande, proviamo a immaginarlo. Farà paura, penso io.

Rientriamo a Torino. È il giorno dell’esame: coraggio! Liquido di contrasto e via dentro il tubo, poco meno di un’ora. Attendo il risultato per circa dieci giorni. Poi l’esito: non si evidenziamo metastasi. A due mesi il prossimo controllo. L’oncologo ci chiede delle nostre vacanze, parliamo del viaggio con entusiasmo. Per un attimo ci dimentichiamo di essere lì.

Viaggiare fa bene.


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Sembra quasi tutto normale

panoramica-superga

Novembre 2016. È domenica, il ritrovo per l’allenamento è alle 8:30. Arriviamo in auto, non ho nessuna voglia di salutare, voglio restare lì, in macchina. Qualcuno sa già quello che è successo e non so bene come comportarmi. Mi chiedo perché ho scelto di correre. Sono malata e dovrei rimanere a casa a letto.

Nel gruppo, quella mattina, c’è Roby, il chirurgo. L’amico medico senza il quale tutto sarebbe stato molto più difficile. Il giorno del terribile referto, ci contatta e chiede di vedere l’istologico, parla con Carlo più volte in poche ore. Conosciamo Roberto solo di vista, la sua disponibilità ci colpisce. Non gli saremo mai abbastanza grati.

Quella matttina lo vedo avvicinarsi alla nostra auto.

– Carla, possiamo parlare un attimo?
– Si, certo.

Il terrore mi attraversa per un istante, mi darà altre brutte notizie, penso. Sorrido e attendo.

– La situazione è grave, si tratta di escludere la presenza di metastasi ai polmoni, al cervello e al fegato. Lo faremo insieme, con una TAC e una risonanza con liquido a contrasto, poi farai l’intervento e vedremo come procedere. Le cure ci sono e io sono ottimista.

Rimango immobile.

– Ma allora non muoio tra pochi mesi?
– No, Carla. Di questo sono sicuro. E comunque nella peggiore delle ipotesi possiamo contare sulla chirurgia e sulle cure.

Ci abbracciamo forte in mezzo alla piazza. I compagni di squadra ci osservano, ma non chiedono nulla. Mi sento meglio, a volte le parole di un bravo medico riescono a trasformarsi in speranza, lotta, fiducia e cambiano la percezione della malattia.

Siamo arrivati tutti, possiamo risalire in auto e spostarci al parcheggio che segna l’inizio del nostro allenamento. Ci leghiamo bene le scarpe, mettiamo e togliamo maglie, valutiamo la temperatura.

Scherziamo, come ad ogni allenamento, sulla nostra necessità di stancarci e prendere freddo.

Funziona sempre così: nessuno crede a quello che dice prima della partenza di una corsa o di un allenamento, al fatto che vorrebbe trovarsi su un divano a bere caffè o al caldo sotto le coperte. Si elencano tutte le situazioni più comode di una corsa al gelo e di prima mattina. Eppure strofinandosi le mani per il freddo si parte sempre.

Superga è la nostra meta. Non so se potrò continuare a correre nei successivi mesi, decido di provare a godermi l’allenamento in compagnia, dopo faremo pranzo tutti insieme.

È una corsa diversa, i pensieri si sincronizzano con i passi, ho tanta voglia di essere come gli altri. Il passo è nervoso e spesso mi trovo da sola: respiro, respiro profondamente come se volessi incoraggiare il mio fisico a non mollare. Credo che si possa meditare anche correndo, ripetersi dei mantra e dialogare con la propria anima e il proprio corpo. E provare a ridere, anche solo per qualche secondo. C’è sempre qualcuno che riesce a farci ridere. È una battuta, un’espressione del viso, un racconto, un imprevisto. Spesso in questi mesi ho cercato la risata anche solo per qualche minuto.

Mi volto, dietro di me vedo i miei compagni di squadra affaticati ma sorridenti, è probabile che a qualcuno sia tornato in mente che anche stare sdraiati sul divano non è poi così male e in una sola battuta abbia fatto ridere tutti. Si commentano le assurde e spesso immotivate imprese che ci vedono partecipi e si ride della propria imperfezione.

Raggiungo il piazzale della basilica, prendo fiato, incoraggio gli amici che stanno arrivando e mi metto in posa per la foto di gruppo. Sembra quasi tutto normale.

Luglio 2017. Da qualche mese corriamo in canotta e pantaloncini, fa tanto caldo, qualcuno dice che anche una birretta all’ombra potrebbe funzionare.

Rimango indietro spesso, non riesco a correre e cammino molto. Le terapie hanno debilitato il mio fisico. È il momento della foto, poi dei saluti e infine dei prossimi appuntamenti.

Rido per una battuta e mi inciampo. Si, è normale.


Spostare lo sguardo

Gennaio 2016. Il giorno di Capodanno un mio amico in viaggio in Argentina mi spedisce alcune foto bellissime. Sa che non sto bene e prova a guarirmi inviandomi scatti di bellezza. Le sue foto mi piacciono tanto. Ho sempre l’impressione che riesca a cogliere un’atmosfera, un sentimento, una sfumatura che a me sarebbero sfuggiti. Forse la magia della fotografia ha a che fare con questo.

Lui non è fotografo professionista, eppure seguire il suo sguardo mi incuriosisce, mi appassiona come se fossi alla ricerca di un segreto.

A poche settimane dalla prima operazione Carlo prenota i biglietti per una mostra a Genova a Palazzo Ducale. Prima della mostra abbiamo il tempo di fare una visita a Boccadasse, il villaggio di pescatori affacciato sul mare a pochi chilometri dal centro di Genova. È una giornata bellissima, la luce e i colori sono quelli di una tipica giornata invernale.

Lungo la passeggiata mi fermo a guardare la spiaggia con gli stabilimenti chiusi. Le cabine sono verniciate di rosso e di bianco. Un’immagine malinconica e positiva al tempo stesso. Immagino la spiaggia in estate, conquistata dai bagnanti con ombrelloni, asciugamani ed enormi borse colorate. Torno con lo sguardo verso gli spazi vuoti di un pomeriggio d’inverno al mare, chiudo gli occhi e rimango in silenzio.

Ancora oggi mi chiedo come il mio amico viaggiatore avrebbe potuto fissare con uno scatto tutto ciò che ho visto in direzione del mare quel giorno a Boccadasse. Sono certa che avrebbe visto cose diverse, altri colori, altri dettagli.

Quel giorno nel mio sguardo mancava un po’ di luce eppure fermarmi davanti ai grandi capolavori della pittura e poi poter trovare ristoro in un angolo di bellezza sul mare in qualche modo rese il mio respiro più regolare.

La bellezza credo vada sempre cercata.

Se siamo fortunati ci si presenta all’improvviso togliendoci il fiato come il sorriso di un bambino, a volte si nasconde e aspetta di essere trovata. Non importa se è diversa per ognuno di noi. Vale la pena cercarla, spostare lo sguardo e farsi sorprendere, giocare con lei fino a farne parte, farsi ispirare per immaginare nuove storie. Sentirsi intimoriti ed esclusi e poi provare a entrarci dentro con un salto coraggioso. Lei è nostra complice, sempre.

Mi è capitato tante volte, in quest’ultimo anno di non riuscire a vederla, di non cercarla, di essere arrabbiata con lei ma la bellezza sa aspettare con pazienza e prima o poi torna a trovarci. Lo sguardo si sposta di poco, i nostri occhi le sorridono e si ha voglia di afferrarla anche solo in uno scatto.


La panchina perfetta

La panchina perfetta è quella che incontri quando hai bisogno di fare una pausa.

Sulla panchina fai uno spuntino, bevi, leggi, ti confidi, ascolti, scherzi, finalmente riposi e baci anche. Ci si bacia parecchio sulla panchina.

In vacanza sull’Alpe di Siusi ho percorso un sentiero di grandissimo fascino, il sentiero della Bullaccia. Le panchine in legno rivolte verso paesaggi incantevoli mi hanno regalato la possibilità di godermi quel preciso istante in assoluta comodità. Sedersi su balconi naturali è in effetti un’esperienza da vivere con calma, rallentando il respiro e scatenando l’immaginazione.

Posizionata per permetterci di ammirare un paesaggio, al termine di una salita, quando la fame e la sete si fanno sentire, la panchina di pietra o di legno sui sentieri delle Dolomiti sembra aspettarci da tempo. È un invito a guardarsi attorno, a entrare con rispetto all’interno di un paesaggio da favola, a farsi piccoli piccoli di fronte a tanta bellezza, a rendere la camminata un momento di benessere. Sulle montagne delle Dolomiti ho trovato panchine bellissime.

Il bello della panchina è che puoi trovarla ovunque e anche quando non la si incontra bastano un prato, un masso, una spiaggia, uno scalino di asfalto per improvvisarne una.

Luogo per un breve riposo o per una lunga attesa la panchina ci corre sempre in aiuto, sia che si trovi in un parco, su un lungomare, lungo un corridoio o in un anonimo parcheggio.

Ricordo quando feci la prima TAC: dall’interno del tubo mi immaginavo Carlo seduto sulla scomoda panchina di fronte alla porta. A fargli compagnia tanta preoccupazione e tanto coraggio. Non gli ho mai chiesto a che cosa pensasse durante quegli interminabili minuti, sapevo solo che l’avrei trovato lì, fuori dalla stanza.

La panchina è spesso un momento di pensieri che si liberano. Da quel punto si osserva la vita, si guarda la gente che passa, i bambini che giocano, si ascoltano discorsi di altri, si aspetta, ci si ristora. Si ride, si fa silenzio.

Per molti sedersi su una panchina è la ricerca di una sola immagine, per altri è un respiro profondo e uno sguardo verso l’altrove.

È attesa, immaginazione, punto di incontro. È fare una sosta, da soli o in compagnia. Qualsiasi cosa si faccia ci si può sempre fermare nei pressi di una panchina e prendere fiato.


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Le stanze dei sogni

Sono stati 40 i giorni di terapia al Day Hospital dell’IRCCS di Candiolo. È il mese di aprile, dopo questo periodo continuerò a casa tre volte la settimana per altri 11 mesi.

Ogni mattina attorno alle 8,30 accompagnata da Carlo mi presento al bancone dell’accettazione. Poi la lunga attesa per l’assegnazione di un posto e la consegna del farmaco. Una flebo, un’altra flebo, un’altra ancora per un totale di circa 6 ore al giorno.

Sono questi i luoghi che non vorresti mai frequentare. Avverti la sofferenza e la fatica. Lì c’è la forza, la determinazione e la speranza.

Dopo circa una settimana ci si conosce tutti, si notano gli incarnati e si spera anche per gli altri.

L’atmosfera è strana: nonostante tutto, si cerca un po’ di buonumore. Si parla tantissimo, anche a alta voce. La stanza della terapia viene condivisa con altri malati e con i relativi accompagnatori. Si può scegliere di stare sdraiati su un lettino o seduti su una poltrona. Io ho sempre scelto la poltrona.

Non si indaga sulla malattia dell’altro. La famiglia, gli amici, il cibo, i viaggi, le vacanze sono i temi principali delle conversazioni che avvengono in quelle stanze. Si parla di figli e nipoti e dei loro progetti. Si sorride.

Si parla tanto di cibo. Piatti preferiti e ricette. Se ne parla con una costante e fastidiosa nausea che colpisce tutti là dentro, eppure se ne parla.

Si racconta di quella volta che si è mangiato il pesce in vacanza oppure di come la bagna cauda sia un piatto affascinante ma difficile da digerire. Il fritto di pesce, che meraviglia! se fatto bene e poi quella pasticceria che fa dolci da urlo. Quando si è in postazione con la flebo nel braccio di solito si mangiano crackers. Ai primi sintomi di nausea spesso segue la richiesta di una Coca Cola. I campanelli suonano per il cambio della flebo e ora dopo ora arriva anche il momento di fare un sonnellino.

Ho conosciuto persone piene di vita, con tanta dignità e forza interiore. Ho incontrato anche dei ribelli: malati che fumavano di nascosto e non erano per nulla convinti dell’efficacia delle cure.

Un giorno ero in stanza con un signore molto in difficoltà che a metà flebo mi disse:

– Io esco a fumare
– Ma no! Ci stiamo impegnando così tanto per guarire, non rovini tutto.
– Senti, bambina, ho fatto il camionista per trent’anni senza navigatore e non mi sono mai perso, ho girato tutto il mondo e guarda dove sono finito! Fammi andare a fumare e non chiamare l’infermiera.

Ricordo che fece una lunga risata e uscì dalla stanza trascinandosi la flebo. Lo seguii con lo sguardo. Lo vidi seduto sul suo camion, padrone della strada. Felice per la sua trasgressione rientrò quasi subito e si unì a noi borbottando. Chissà che strada aveva immaginato di percorrere.

Ho ascoltato tante storie e incontrato persone piene di vita e di desideri da realizzare.

A Paola, a Smeralda e ai sognatori, nonostante tutto.


Daje!

Roma è sempre una sorpresa. Ti fa arrabbiare e contemporaneamente innamorare ogni volta.

Quest’anno si è tenuta la prima edizione della Mezza Maratona in notturna, con partenza e arrivo in piazza del Popolo. Un’occasione per visitare la Città Eterna e partecipare a un grande evento sportivo. Il percorso è di grande fascino, si snoda tra i principali monumenti della città e ti toglie il fiato per la sua bellezza.

L’attesa della partenza è divertente, osservo le tante squadre sportive provenienti da tutte le regioni. Sembrano in gita scolastica: fanno foto e ridono per poco. Ho visto anche un podista mangiare con gusto un grande gelato prima della gara.
Indossano le maglie delle loro società: maglie in acrilico con la scritta degli sponsor sulla schiena: Macelleria Piero, Studio fisioterapico Roma Sud, Carrozzeria Ciro & figli, Auto Ricambi Michele, Centro Estetico Rita, pochi con uno sponsor importante. Poi ci sono le scritte non commerciali: corriamo per ridere, lenti ma non troppo, non belli ma forti e infine quelle legate ai progetti di solidarietà.

Tante tribù, dalla provincia alla città, dall’Italia al resto del mondo che si ritrovano in una storica piazza per condividere una passione e un’esperienza.

Ho come l’impressione che escludendo una percentuale minima di partecipanti che corre spinto da uno spirito agonistico, gli altri riscoprono il desiderio di giocare per una sera, di appartenere a un gruppo e di godersi una serata estiva.

La gara è durissima, molto caldo e tante salite. Forse non è saggio soffrire perdendosi la magia della serata. Siamo a Roma e ovunque sposti lo sguardo arte e storia ti coccolano. In realtà non solo loro: il popolo dei runner questa volta sembra mettercela tutta per stare stretto stretto e non lasciare indietro nessuno:

– chi vuole acqua?
– tieni la spugna
– occhio che se cade
– ce stanno le buche

e poi quel ricorrente Daje! Daje! Daje! che per tutto il percorso viene urlato dai partecipanti e dal pubblico.

È un incoraggiamento simpatico che a volte sembra esprimere non troppa convinzione verso l’impresa che si sostiene. Un’esortazione per fare un tentativo, per provarci.

Anche la piccola tribù di torinesi ci prova. All’arrivo siamo stremati dal caldo. Ci togliamo le scarpe e le maglie, ci sediamo a terra sul suolo ancora rovente e aspettiamo di riacquistare le forze per prendere l’autobus. Siamo stanchi ma Roma ha ancora molto da regalarci. Ci diamo appuntamento per pranzo.

Per una sera al grido di Daje! si conquista Roma, che sia la Carozzeria Ciro a superare tutti o il negozio di scarpe di Pescara cambia poco. Qualche volta abbiamo solo bisogno di ridere, di ridere molto.

Anche il Colosseo credo abbia riso guardandoci passare con i calzoncini corti e le canottiere sudate lungo Via dei Fori Imperiali, qualcuno lo ha salutato con la mano e io sono quasi certa di aver sentito un Daje proveniente da quella direzione.

È stato un gioco bellissimo.