preferisco correre


Il dolore buono

Dieci anni fa presi parte alla mia prima gara competitiva. Era aprile, c’era il sole, e con mio papà e mia mamma venni a Torino per correre la mia prima Vivicittà.

A quell’epoca correvo per tenermi in forma, non era un gran bel periodo, lavoravo tanto e mi divertivo poco.

Quel giorno mio papà mi svegliò prestissimo con una telefonata invitandomi a fare qualcosa di diverso: correre al Parco del Valentino in una giornata di sole. Mi convinse minimizzando sulla gara e dicendomi che lui e mamma avrebbero fatto la camminata di 4 chilometri. Mi disse che il Parco del Valentino in primavera era bellissimo. Che valeva la pena provare a fare una gara tanto per far qualcosa di diverso.

Così mi preparai velocemente e lui mi venne a prendere a casa. In viaggio gli chiesi di quanti chilometri era la gara e ovviamente lui diede una risposta approssimativa:

– circa una decina

disse, senza aggiungere molto altro.

Mio padre ha sempre adottato questa tecnica per convincerci a fare imprese sportive. Quando si partiva per una gita in montagna, arrivati al parcheggio, guardava verso la meta e diceva:

– ci vorrà un’ora a piedi, se non vi fermate ogni 10 minuti anche meno.

E quasi sempre il sentiero richiedeva circa due ore di cammino.

In fondo però ha sempre avuto ragione lui, non ci siamo mai buttati per terra esausti, i miei fratelli ed io, al massimo finivamo per lamentarci e tenevamo il broncio per qualche ora. Ma alla meta, in qualche modo, si arrivava sempre.

Quella mattina del 2008 al Valentino, ero davvero inesperta, mi iscrissi alla gara, mi avvicinai alla partenza e con le cuffiette a tutto volume iniziai a correre. La gara mi sembrò lunghissima. Faticai parecchio, eppure su uno dei ponti del percorso ricordo di aver pensato che correre non era poi così male.

Arrivai sul rettilineo finale e vidi a farmi il tifo mio padre e mia madre. Proprio lei, con quel suo indimenticabile sorriso. Credo che fu l’unica volta che mamma vide un mio arrivo.

Oggi ho scelto di correre la Vivicittà. E ho pensato a mamma tutto il tempo.

Oggi non ho sentito male al gluteo, nonostante l’infortunio. Non ho sentito nulla, solo il dolore che mi accompagna dal 5 marzo. Oggi volevo ricordare quel giorno di aprile di tanti anni fa e cercare di fare ancora meglio.

Da quella gara in poi la corsa entrò nella mia vita, regalandomi gioie, soddisfazioni, amicizie e forza. E soprattutto l’amore.

Qualche settimana fa ho corso piangendo fino al traguardo, sentivo il mio cuore scoppiare e all’arrivo piansi ancora molto abbracciando un caro amico. Non riuscivo a trattenere le lacrime.

Questa mattina il dolore e il ricordo hanno preso un’altra forma, forse un po’ più dolce. Mi è parso un dolore più buono. Un ricordo più conciliante. Ho immaginato di entrare in un disegno con tanti puntini da unire con una matita e ho provato a tracciare una linea tra due puntini.

Questa mattina ho vinto. Ho vinto ricordando quel giorno in cui scoprii che la corsa non è poi così male e immaginando il sorriso di mamma.

Ho vinto per telefonare a papà e dire:

– comunque sono 12 chilometri, papà. Ma oggi ho vinto. E mamma ha sorriso anche questa volta. Ne sono sicura.


È arrivata la primavera

Ciao Mamma,

è arrivata la primavera e tu non ci sei più. La primavera è sempre stata una stagione importante per te, molto più dell’estate che con il caldo torrido e le città che si svuotano non ti è mai piaciuta molto. In primavera tornavi allegra, piena di energia, abbandonavi l’auto e salivi sulla tua bicicletta tanto amata per stare il più possibile fuori casa, in mezzo alla gente.

Ricordo che per te il passaggio dall’inverno alla primavera era un passaggio da celebrare.

Quando eravamo piccoli ci caricavi in macchina e ci portavi appena fuori città a raccogliere le primule e a fare un picnic. Ci dicevi di guardarci attorno e ammirare i prati fioriti. Amavi i fiori. La crostata, le pizzette fatte in casa e i succhi di frutta, era questa la nostra merenda sul prato. A volte, quando eravamo quasi adolescenti, questo rito della primavera ci sembrava un po’ patetico, una perdita di tempo e credo che le ultime volte avessimo anche protestato perché non ne capivamo il senso.

Con l’arrivo della primavera quando eravamo più grandi spesso ci andavi da sola ad ammirare la fioritura, nel primo pomeriggio. Facevi una lunga passeggiata e tornavi a casa con fiori di campo raccolti durante il percorso. Tornavi allegra, con lo sguardo vivace, e sistemavi i tuoi fiori in un vaso in bella vista.

Quando mi sono ammalata la prima volta, era vicino alla Pasqua, pranzammo da Elisa e poi noi tre con il piccolo Federico andammo a passeggiare in collina. Tu continuamente ci facevi notare alberi in fiore e ti fermavi a raccogliere margherite. Quella passeggiata, per te ed Elisa fu simile a tante altre, per me fu motivo di ispirazione per non scoraggiarmi, per provare ad avere una visione positiva e colorata del mio futuro. Un prato fiorito, dopo un clima rigido. Quella passeggiata mi diede speranza.

Oggi è arrivata la primavera e io non riesco a essere allegra. Mi manchi, e osservare i ciliegi in fiore e i prati di margherite mi provoca dolore. Eppure so che non è quello che vorresti tu, proprio quei picnic in collina e la raccolta delle primule erano il tuo tentativo di regalarci un po’ di serenità, di trasformare la durezza dell’inverno nella dolcezza della primavera, anche nei nostri cuori. Di insegnarci a essere grati alla vita, rispettandola e celebrandola nelle sue diverse stagioni.

Ti regalerò i fiori più belli e preparerò un bel picnic.


Ciao mamma

Mamma non ha mai amato molto la corsa. Non si è mai sentita sportiva, ma soprattutto non è mai stata interessata all’aspetto agonistico.

Eppure per circa cinquant’anni la corsa ha fatto parte della sua vita. Mamma amava papà. Tantissimo. E papà è stato podista e dirigente sportivo.

Mamma ha sempre compreso l’importanza delle passioni, il desiderio di ognuno di inseguirle, coltivarle, trasformarle in parte della propria vita. Così è stata sempre al fianco di papà e alla sua passione per la corsa. Ha fatto dei grandi sacrifici perché papà e ognuno di noi potesse non rinunciare a ciò che ci faceva brillare gli occhi. A volte si lamentava, per esempio quando papà trascorreva troppo tempo al campo sportivo, oppure quando recentemente a cena si parlava di sport e di corsa. Lei amava far del bene, credeva nel valore del volontariato, nel rispetto per gli ultimi e dedicava molto del suo tempo al servizio degli altri. Forse considerava la pratica sportiva un atto puramente individualistico. Cercava di spostare i nostri discorsi su temi più impegnati e noi la prendevamo in giro e spesso non capivamo le sue scelte.

Ma mai avrebbe ostacolato le nostre passioni, temeva soltanto che la corsa potesse diventare un’ossessione. Una di quelle ossessioni che accecano cosi tanto da farci diventare egocentrici e insensibili.

Recentemente con lei condividevo questo blog, le facevo leggere i miei post e ne discutevamo insieme. Era felice della mia guarigione e aveva ben compreso quanto la corsa mi avesse aiutato a superare i periodi più bui. Mi incoraggiava a scrivere, anche di corsa, diceva che stavo facendo qualcosa di importante, che regalare un po’ di speranza e di forza era un grande gesto, così diceva.

L’ultima volta che ci siamo sentite le ho parlato del mio infortunio al gluteo, ovviamente lamentandomi. Le avevo telefonato. Lei mi ha ascoltato e poi mi ha passato papà con cui credeva potessi avere maggiore intesa su un argomento così circoscritto al mondo dello sport.

Era però convinta di una cosa, era convinta che lo sport potesse essere un’occasione per incontrare persone e intrecciare amicizie, per sentirsi bene e per esprimersi attraverso i propri talenti. Per provare gioia e soddisfazione. Per avere un’occasione di riscatto. Per divertirsi. Sì, questo, negli ultimi anni, me lo ricordava spesso, mi diceva:

– ricordati che è solo un gioco

Ciao mamma, non ho più tanta voglia di giocare, ma ho pensato a questo: se riuscissi a ritrovare un po’ di gioia forse potrei tornare a donarla agli altri come avresti voluto tu. Che ne pensi?


Da lì a là …

Forza Carla. Sarà come correre una maratona. Dovrai avere pazienza e fare tutto quello che c’è da fare.

Mi dicevano così gli amici per incoraggiarmi a non mollare, un esempio chiaro a tutti, o quasi. Sì, perché io li ascoltavo ma dentro di me rimanevo confusa come prima.

Io non ho mai corso una maratona!

Lo dicevo a me stessa, ma non agli altri: mi pareva un consiglio così giusto che non osavo ammettere la mia inesperienza.

Pazienza, metodo e sacrificio. A volte non basta neppure quello, ma ammetto che quel lungo percorso dal primo esito all’ultimo giorno di terapia è stato conquistato passo dopo passo anche con pazienza, metodo e sacrificio. E poi fortuna. Tanta.

Tra meno di due mesi correrò la mia prima maratona. È capitato un po’ per caso. La partecipazione a un concorso e la mia storia che è piaciuta. Quando ho deciso di iscrivermi alla selezione non avevo minimamente idea di cosa tutto ciò comportasse e forse non l’ho neppure ora. Ma quando la mia storia è stata scelta ho pensato che andava bene così: una maratona non premeditata che avrebbe nuovamente portato scompiglio nella mia vita. Una scelta forse sbagliata, un errore strategico, un cambio di direzione, soprattutto un cambio di passo.

Una mia amica diceva sempre scherzando: ciò che avviene conviene. Fu lei a dirmi un giorno, dopo il primo tumore:

– vedrai che tornerai più consapevole di prima e farai come una ragazza che ho conosciuto da poco che dopo il cancro si è iscritta a una maratona

– Perché una maratona? Dissi io

– Credo perché è una follia, rispose.

E poi rise forte, camminandomi accanto, con quel suo passo sicuro.

Spesso ho sentito parlare di maratona come metafora della vita. Sinceramente, non so, ho qualche dubbio. La maratona come un grosso impegno, una piacevole o noiosa gabbia di allenamenti mi sembra più corretto. La maratona come un faticoso traguardo raggiunto credo di sì. La maratona come una forte emozione pure. La maratona, comunque, non la so raccontare, magari tra qualche mese sì. Forse è davvero tutto questo o forse no.

Quando racconterò la mia maratona, sperando di portarla a termine, vorrei poter parlare di pensieri leggeri, di senso di libertà, di festa, di gratitudine, di emozioni e di sentimenti. Di divertimento.

Prima di ammalarmi pensavo alla maratona come un vero traguardo, poi solo come corsa simbolica. Ora la immagino come una lunga e spero divertente avventura.

Ho deciso di iscrivermi per fare una follia.

Simbolicamente con la corsa vorrei distribuire sui quei chilometri la mia gratitudine verso tutti quelli che mi hanno accompagnato in questo lungo periodo di sofferenza, dare un po’ di forza a chi sente di non averne più e riuscire a abbracciare tutti ad ogni passo. (le mie motivazioni)

No, questa volta non sarà come correre una maratona. Sarà la maratona: un gioco. Semplicemente un gioco.

– Zia, ma quanto è lunga la maratona?

– 42km e 195 metri. Come da Pinerolo a Torino più un pezzo

– TUTTO DI CORSA??

– Sì, se si riesce, sì

Gli occhi azzurri di Federico si fanno più luminosi. Magari pensa ancora alla maratona. Rimane in silenzio. Poi si entusiasma e dice:

– Devi fare ancora un bel pezzo dopo Torino. Il cartello stradale dice 38 km. Non hai finito quando arrivi lì.

La voce seria, divertita e un po’ di sfida mi fa sorridere. E mi risuona nella testa. Penso a tutte le volte che camminando con lui per mano, a un certo punto, di fronte a un rettilineo, mi lascia la mano e partendo per primo urla:

– Da lì a là…. tutto di corsa.

Ecco! Vorrei che fosse così la mia prima maratona.


Ho pianto sul podio

Ho pianto. Sì, questa volta ho pianto davvero sul podio.

– Carla, muoviti, ti stanno cercando per la premiazione!

– Per la premiazione? Quale premiazione?

– Sei la prima donna italiana. Vieni con me, ti stanno aspettando, mi dice Carlotta.

Sono seduta sul marciapiede e mi sto sfilando la maglia, quando la srotolo di nuovo in vita per capire cosa sta succedendo.

– Non è uno scherzo, sei prima!

Penso che non ho avuto il tempo di sistemarmi la tuta, i capelli sembrano quelli di Piperita Patty, l’amica di Charlie Brown, non mi sono neppure cambiata la maglietta, ho il pettorale con soli due spilli, forse puzzo, insomma, non sono sicura di voler andare così, ma la premiazione è già iniziata, per motivi logistici si fa in fretta per poi andare in conferenza stampa e all’anti-doping. Prendo le mie borse, la bottiglietta d’acqua e seguo Carlotta, più lucida di me.

E poi salgo sul podio. Ricevo la coppa e dei fiori bellissimi e suona l’inno di Mameli.

Mi sembra impossibile e invece succede tutto sul serio. Inizia a scendermi qualche lacrima. Nessuno conosce la mia storia a Napoli, non sanno che mi sono ammalata e che è un miracolo che io sia lì, che mai avrei immaginato di poter salire su un podio in una gara internazionale. L’inno sembra durare tantissimo. Forse dovrei star ferma, ma non ci riesco. Non trattengo più le lacrime e libero il pianto. Piango fino alla fine della premiazione. Piango.

Poi i complimenti, l’abbraccio di Carlo dopo la premiazione, l’affetto dei miei amici presenti a Napoli, le foto, i messaggi meravigliosi dei miei compagni di corsa, di tutta la mia squadra, dei miei colleghi, degli amici, la telefonata alla mia famiglia. Poi la pizza e il brindisi. Un paio d’ore di stordimento completo. E ancora una passeggiata con Carlo sul lungomare, al sole, con lo sguardo rivolto al Vesuvio.

E dire che non ero sicura di correre. Come spesso accade quando ci si allena, un muscolo della gamba si era contratto a inizio settimana, sapevo che non era nulla di importante ma ero piuttosto insicura sul risultato finale. Anche un po’ dispiaciuta. Poi durante la gara, ho smesso di pensare alla gamba, sentivo male ma non troppo e ho deciso di provare a correre bene. Ero rilassata, senza obiettivi, ho avuto dei buoni compagni di corsa che mi hanno incoraggiata per tutto il percorso, un runner vestito di verde che non ha smesso di sostenermi e ricordarmi che eravamo lì per goderci la gara. Non sapeva nulla della mia storia, ma sembrava conoscermi da sempre. Correndo lungo il golfo di Napoli mi sono sentita fortunata, tanto, e in piazza del Plebiscito ho anche sentito la voce di un’amica d’infanzia, la mia amica Ines, con la quale da piccola facevo atletica. Ho girato la testa verso quella voce e le ho sorriso. Che sorpresa anche quella!

Nel pomeriggio ho ripensato tante volte a quello che era successo. Mi sono seduta su una panchina di fronte al mare. Mai avrei immaginato di ritrovarmi su un podio di una corsa internazionale. Non lo immaginavo prima della malattia e tanto meno dopo essermi ammalata. Guardando il mare ho pensato che forse funziona un po’ cosi. La vita ti gioca dei brutti scherzi e a volte ti regala delle belle sorprese. Non ci resta che provare a rialzarci ogni volta.

Un giorno ero seduta al bar dell’Ospedale di Candiolo, ero già stata operata, avevo affrontato tutti gli esami peggiori e mi avevano appena illustrato la terapia con interferone. Ero molto scoraggiata, sapevo che sarebbe stata dura e temevo che il periodo di cure sarebbe stato troppo lungo per riuscire a portarlo a termine. Mi lamentai con mio fratello e con Carlo:

– Ma cosa stai dicendo Carla? Ma cosa sono due anni di cure contro una vita ancora possibile.

– Sì, però …

– Però niente. Non capisci … guarda le cose in prospettiva.

– Hai una possibilità, è una gran fortuna.

La prospettiva. Non riuscivo a mettere nulla in prospettiva. E una possibilità. Neppure quella riuscivo a comprendere bene.

Sul podio ho capito quanto avessero ragione Luca, mio fratello, e Carlo. Quanto ero stata fortunata.

Napoli mi ha strizzato l’occhio. Mi ha regalato quella possibilità. Ha compiuto una magia. E io non lo dimenticherò mai.


La corsa campestre

Domenica ho corso lo storico cross della Pellerina.

Ho corso con la felicità nel cuore. Ho cercato di far bene e non posso che essere soddisfatta del risultato raggiunto.

Mi è piaciuto correre sui prati in una bella giornata di sole. Correndo ho sentito la gioia di essere lì, circondata da amici, con una nuova e inaspettata energia.

Ho fatto un giro di ricognizione del percorso, mi sono scaldata con le compagne di gara e ho dato qualche consiglio a nuove amiche ancora poco esperte. L’attesa è stata divertente, come deve essere, e la gara molto emozionante.

Al Parco della Pellerina ho corso il mio primo cross. Avevo da poco concluso la radioterapia per il cancro al seno e decisi di concentrarmi su una specie di ripartenza. Cercai nuovi stimoli e passai in rassegna le cose che amavo di più fare.

Non avevo grandi strategie per tornare in piedi e spesso pensavo alle attività che per me erano un po’ più facili da svolgere, mi dicevo che forse partendo da qualcosa che sapevo già fare avrei ritrovato in poco tempo energia e determinazione.

Pensai alla corsa, praticata da piccola e abbandonata durante i primi anni dell’adolescenza. Mi ricordai delle corse campestri, del freddo, della calzamaglia rossa di lana che mi faceva pungere le gambe, della linea di partenza spesso tracciata con il gesso, dello sparo dato sempre quando ancora non mi sentivo pronta. Non avevo, in realtà un bel ricordo, ma sapevo che quella cosa lì mi riusciva abbastanza facile. Speravo che con lo sport si presentassero occasioni per nuove esperienze e nuovi incontri e poi desideravo un’attività all’aria aperta per godere di lunghi respiri e un po’ di serenità.

Che cosa mi spinse, tre anni fa, a iscrivermi al cross della Pellerina mi sfugge ancora oggi. Avevo appena iniziato a correre, abitavo da poco a Torino e non avevo le scarpe chiodate. Recuperai per l’occasione un vecchio paio di scarpe un po’ troppo lunghe che misi solo quella volta lì (poi me ne comprai un bel paio nuovo che ancora uso) e con molta paura, la mattina della gara, raggiunsi il luogo di partenza cercando di farmi coraggio.

Stava per iniziare un nuovo periodo della mia vita. Mi notò una compagna di squadra e mi invitò a scaldarmi con lei. La seguii passo a passo fino alla partenza. Ero terrorizzata e lei mi prese per mano e mi spiegò tutto quello che c’era da sapere per correre bene la gara. Lì, sulla linea di partenza, mi ricordai di una foto di quando avevo 10 anni e cercai di mettermi nella stessa posizione. Fu una bella sensazione. Mi guardai attorno. La calzamaglia non la indossava più nessuno, trovai ancora una ragazza con un cappello di lana dai colori anni ’80: fu un dettaglio che mi conquistò.

Da quel cross ho iniziato a allenarmi con un gruppo meraviglioso, a partecipare ad altre gare, ad amare la corsa, a considerare la mia squadra una seconda famiglia. Su quel percorso ho corso ancora i campionati italiani, qualche anno fa. Non ero preparata in modo specifico, ma ero curiosa. Ricordo soltanto che l’atmosfera un po’ più istituzionale mi agitò tantissimo e fu ancora una compagna di squadra a farmi ridere durante il riscaldamento. E un amico a convincermi a provare. E Carlo ad accompagnarmi e a darmi forza.

In fondo, successe quello che avevo desiderato: lo sport stava diventando il mio miglior alleato.

Poi succede che la vita torna a metterti alla prova. Un nuovo minaccioso cancro e nuove faticose terapie da affrontare. Tanta paura e tante giornate passate a letto.

Ma a quel cross, in fondo, ho sempre partecipato.

Erano trascorsi pochi mesi dalla brutta notizia ed era la domenica di quella storica gara. Ero a casa, a letto. Aspettavo i risultati dei compagni di squadra. Vidi una foto. Molte amiche runner indossavano una maglietta speciale. Portava una scritta che diceva FORZA CARLA. Corsero il cross con quella maglietta e si presentarono alla partenza con un cartello: “Oggi corriamo per te”, c’era scritto così.

Ieri alla partenza un’amica me lo ha ricordato. Poi c’è stato lo sparo. E ho corso. Corso con il sorriso, corso con le scarpe chiodate giuste, corso con un indimenticabile tifo dei miei compagni di squadra.

Ho corso felice di farlo in mezzo a tante persone che mi hanno aiutata in questi anni difficili e a tanti nuovi amici. Ho corso con la maglietta rossa.

Ho corso di felicità.


il runner dell’autogrill

– Quando ho visto la tua medaglia mi sono venuti i brividi. Grazie per avermi raccontato la gara.

Mi saluta così il ragazzo marocchino dietro la cassa dell’autogrill nei pressi di Ceva. A volte sembra che tutto faccia parte di un progetto più grande, a volte sembra che le coincidenze arrivino non per caso. E così anche i nostri incontri.

Lo scorso weekend Carlo ed io con alcuni amici siamo stati a Nizza per la Prom’ Classic, una storica gara di 10 chilometri sulla Promenade Des Anglais. La gara è una scusa per trascorrere qualche giorno in una località che ci piace molto e che frequentiamo spesso.

A Nizza ho partecipato alla mezza maratona 3 volte. La prima volta ero piuttosto insicura, era la mia seconda mezza, la seconda volta fui felice di migliorare il mio personale, la terza volta con una partecipazione molto simbolica, al termine dei 40 giorni di terapia in ospedale. Faticai molto, ma arrivai con Carlo al traguardo tenendoci per mano e augurandomi che tutto andasse per il meglio.

Quel rettilineo dall’aeroporto fino allo striscione d’arrivo mi sembrò infinito ma anche magico: le bande musicali, il pubblico sul percorso, i palloncini e il mare mi parvero un regalo incredibile. Fu un grande stimolo.

Quest’anno l’umore è molto alto, finalmente fuori da tutte le terapie, libera dai farmaci, corro con gioia e impegno. Con tanta allegria e gratitudine. Mi piace guardarmi attorno osservando i runner francesi di ogni età, i top runner (molto numerosi) e le donne tutte insieme alla griglia di partenza. Attendo lo sparo mescolandomi tra loro.

Il vento è il vero protagonista degli ultimi 5 chilometri. Chilometri durissimi dove con fatica si riesce a stare in piedi. Al traguardo si respira un clima di festa e di soddisfazione. La fatica sparisce, ci si aspetta al traguardo e piano piano le strade di Nizza si riempiono di atleti in calzoncini e magliette colorate.

Arriviamo tardi alla premiazione. Grazie ad un’amica e al suo francese perfetto, vengo chiamata lo stesso sul podio per ricevere la coppa. Indosso la medaglia, tengo stretta la coppa e sorrido agli amici. Proseguiamo la giornata con un bel giro a piedi tra le viuzze di Nizza Vecchia e un pranzo abbondante in un caratteristico bistrot.

Saliamo in auto verso metà pomeriggio. Percorso alternativo fino a Mentone per aggiungere qualche sosta panoramica e poi dritti in autostrada. Ci fermiamo a fare rifornimento poco prima di Ceva.

Entro in autogrill, mi dirigo verso il frigo delle bevande, prendo una bottiglietta d’acqua e vado a pagare.

Il ragazzo dietro il bancone mi guarda e mi chiede:

– Hai corso?

Sì, dico io, ma sono un po’ stupita e gli chiedo come lo ha capito.

– Dalla medaglia.

– Ah già la medaglia!

Non avevo tolto la medaglia. Vergognandomi per quel bizzarro look cerco i soldi per pagare e metto sul bancone le mie monete, guardando verso il basso.

– Quanto?

– Quanto cosa? dico io, sollevando la testa

– Quanto hai fatto? E quanto lunga?

– 10 km, 38:49, sussurro con un po’ di stupore.

– Brava! Anch’io in Marocco correvo.

– Sul serio?

– Sì, 10 km in 31′. Ora qui non ho più tempo, non corro più. Ho provato una volta, dopo due anni e ho fatto 37′, ma non posso correre, mi piacerebbe, ma non posso. Troppo lavoro, pochi soldi.

Rimango di sasso. E mi congratulo.

– È un grandissimo tempo! Sei fortissimo!

Lui si scusa per avermi chiesto della gara e dice:

– Quando sei entrata con la medaglia al collo mi sono venuti i brividi. Mi sono emozionato. Volevo che venissi a pagare per chiedertelo.

Guarda verso il datore di lavoro, gira attorno al bancone e ci accompagna fuori. Torna a guardare la medaglia e dice:

– Brava, fai bene a correre!

Non so cosa dire, lo ringrazio e sorrido. Insisto con lui perché non abbandoni la corsa, lo invito a iscriversi a una società podistica e a riprendere la sua passione. Non gli chiedo il suo nome, mi faccio promettere che già dal giorno dopo faccia il possibile per ricominciare a correre.

Deve rientrare, il bancone è scoperto. Ci salutiamo, mi dice che proverà a correre in settimana e mi ringrazia di nuovo.

Salgo in macchina e mi torna in mente la storia dei brividi e il suo sorriso.

Amico runner, spero tanto di rivederti e di leggere di te e dei tuoi risultati. Non smettere di sognare.


La fascia magica

arrivo ekirun milano 2016

Domenica 12 novembre si è svolta a Milano la terza edizione dell’Ekirun.

Avevo iniziato da qualche mese la terapia, quando lo scorso anno mi dissero:

– Regina, ti iscriviamo ad una staffetta che organizzano a Milano. Si chiama Ekirun
– Amici, voi siete pazzi, non corro da mesi, vi faccio fare una pessima figura. E poi cos’è l’Ekirun?
– Regina abbiamo deciso: corri con noi. Vedrai ti piacerà. Non ci importa del risultato ci interessa che tu la faccia con noi. A Milano il percorso è lungo quanto una maratona, diviso in 6 frazioni (3 lunghe da 7 o 10 km e 3 corte da 5 km), dobbiamo solo scegliere le frazioni, tu potresti fare gli ultimi 5 chilometri.

A casa rifletto su cosa fare. È una soluzione per distrarmi, penso. Alla fine decido di partecipare.

La nostra squadra è assolutamente irregolare: per essere mista deve essere composta da tre femmine. La nostra è composta da Diego, Dario, Paolo, Andrea, Salvatore ed io. Toccherà a me tagliare il traguardo e concludere la gara.

Ci scaldiamo in pista, proviamo i cambi e accompagniamo alla partenza il nostro primo staffettista. Siamo emozionati e impazienti come bambini. Il testimone è una fascia da infilare durante la corsa, il tasuki, simbolo della solidarietà tra i vari concorrenti. Proviamo a passarci la fascia e giochiamo sul prato della pista di atletica a far finta di essere atleti veri, anzi professionisti.

La gara inizia: accompagniamo Salvatore alla partenza. Si parte. Uno a uno ci posizioniamo in zona cambio, saltelliamo sul posto in attesa di veder apparire il nostro compagno di squadra all’interno dell’arena. Tifiamo così forte da perdere la voce.

Corriamo tutti dando quello che riusciamo. È la magia della staffetta: corri per te ma sopratutto corri per i tuoi compagni. E la corsa da sport individuale si trasforma in sport di squadra.

Finalmente arriva il mio turno, non guardo l’orologio e corro più forte che posso. Oltre lo striscione ritrovo i miei amici ad aspettarmi e mi luccicano gli occhi. L’arrivo è in pista, tutto sembra evocare un’impresa grandiosa. Al termine della staffetta ci sistemiamo in cerchio e ci abbracciamo.

È solo un gioco, ma è bellissimo.

Di fronte a un anno che si presenta lungo e faticoso, in quel momento con la fascia appoggiata di traverso sul mio petto mi sento pronta a affrontare il peggio. Mi sento bene.

Sul treno che ci riporta a Torino non sembriamo stanchi neanche un po’, siamo solo euforici. Sì, torniamo bambini per qualche ora. Il momento simbolico del passaggio del testimone ci entra nel cuore, la pista di atletica ci emoziona. A quel punto mi chiedo che cosa sia esattamente un ekiden. Cerco qualche informazione.

Ekiden è una corsa a staffetta su strada e nasce in Giappone nel 1917 con una gara fra Kyoto e Tokyo su un percorso di 508 chilometri per festeggiare lo spostamento della capitale. Negli anni la disciplina ha acquistato molta popolarità, oggi le staffette a squadre su varie distanze sono diventate lo sport nipponico più popolare. Una disciplina che riempie le strade di tifosi per le sue prove più importanti, ad esempio per l’ekiden di Hakone, il 2 e 3 gennaio, il più grande evento sportivo del Paese. E dire che è riservata soltanto alle squadre universitarie della zona di Kanto, intorno a Tokyo. Poi ci sono le ekiden aziendali, le amatoriali e anche quelle che si svolgono nei parchi. Una vera ossessione, pare. Si ispira ai monaci maratoneti, sacerdoti eremiti che corrono mille maratone in mille giorni per raggiungere l’illuminazione.  Solo 46 negli ultimi cent’anni sono riusciti a portare a termine l’impresa.

Oggi l’ekiden raggiunge livelli di competizione altissima tra le varie squadre. Da queste competizioni emergono atleti di talento incredibile e con risultati sbalorditivi. Atleti pagati molto bene dalle aziende che incarnano lo spirito di responsabilità, fedeltà e solidarietà.

Per me l’ekiden è stato soprattutto correre in squadra. Quel giorno in staffetta ho vissuto qualcosa di simile all’emozione che provavo da piccola durante le vacanze estive, quando con gli amici si tentavano imprese avventurose e si condivideva la paura e il segreto di aver fatto spesso qualcosa di non autorizzato. Ciò che rendeva quei pomeriggi unici non era tanto l’obiettivo raggiunto, spesso lo si dimenticava con il passare delle ore, ma la gioia e l’agitazione di aver vissuto qualcosa al di fuori dall’ordinario. Di essere stati complici e uniti per qualcosa di eroico. La forza dell’immaginario e quella dello stare insieme agli altri. In quelle calde giornate estive ricordo l’entusiasmo di poter giocare all’aperto per ore. E poi le paure da sconfiggere, le insicurezze, l’incertezza di non essere capace. Il gioco piano a piano prendeva forma e tutto quel carico di sentimenti contrastanti sembrava sospeso per qualche ora. Il significato simbolico di alcune azioni ci faceva sentire meglio.

Proprio come quel giorno a Milano, proprio come spesso accade nella corsa. Sospendere tutto e giocare. Alleggerire l’animo e provare a entrare in contatto con noi stessi. Lasciarsi andare. Non proprio (o non ancora) l’illuminazione ricercata dai monaci maratoneti, ma neppure quell’ossessione che rende tutto troppo brutale.

 


Un gioco di carichi

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Il nome Regina, come mi chiamano spesso gli amici, nasce esattamente due anni fa, quando vinsi la Corsa da Re sulla distanza di 10 chilometri. Dopo quella corsa, qualche settimana più tardi, successe di tutto e il mio traguardo divenne un’altra cosa. Già in quell’edizione corsi una gara con tanta preoccupazione. Sapevo da pochi giorni che presto sarei entrata in ospedale e la mia vita sarebbe dipesa da un esito positivo o negativo. Pochi dei miei amici ne erano a conoscenza e io corsi per raccogliere le forze da tirar fuori nei mesi successivi. Quando qualcuno urlò che stavo per vincere la gara, sorrisi e feci uno scatto fino al traguardo. Viviana mi abbracciò per prima, sapeva delle mie preoccupazioni, si avvicinò e mi disse: andrà tutto bene. Molti amici  tifarono per me senza saper nulla e io mi sentii coccolata. Perché il tifo non è solo una questione sportiva. È un gesto gentile, uno sguardo, una voce amica che arriva quando ne hai bisogno.

Qualche settimana fa ho deciso di iscrivermi di nuovo alla 10 km, con la consapevolezza che mi sarei emozionata, con la paura che forse non sarebbe stato cosi facile rivivere quella gara che segnò l’inizio di un periodo difficile e faticoso. Decisi di iscrivermi per sfida, volevo avere più coraggio delle mie paure, superare quegli stupidi pensieri legati alla superstizione che ogni tanto prendono posto nella mia testa.
La gara è stata emozionante. Ho lottato fino all’ultimo metro, ma ho perso per una manciata di secondi il titolo di Regina. Non importa! Il tempo finale è stato superiore alle mie aspettative, ho avuto la fortuna di correre una bellissima gara e di correrla dal secondo chilometro con la Regina 2017 sulla distanza di 10 km. Laura, la vincitrice, l’ho conosciuta correndo fianco a fianco, ci siamo superate a vicenda almeno 20 volte, ho provato a prendere un po’ di vantaggio attorno al settimo chilometro, poi ho sentito una contrattura in arrivo e ho rallentato. Laura mi ha superato e mi ha detto

– è quasi finita, andiamo

Abbiamo allungato il passo, lei più di quello che sono riuscita a fare io e siamo arrivate al traguardo. Lì tutte sudate e stanche abbiamo riso sulle nostre tattiche, su come abbiamo gareggiato fino alla fine. Laura mi ha fatto i complimenti, poi è tornata da me e mi ha presentato la mamma. La competizione dura il tempo di una gara. Mi ha detto che avrebbe corso la maratona di Venezia e le ho augurato di raggiungere il suo obiettivo. Domenica ha corso in 3h 01′. Brava Laura!

Al traguardo, quest’anno, mi ha abbracciato Viviana, proprio come due anni fa. Si è avvicinata e mi ha detto: ce l’hai fatta.

Da una settimana ho una brutta contrattura alla gamba che mi impedisce di correre, mi spiace perché sto bene e vorrei approfittarne. Domenica non potendo correre Carlo ed io siamo stati in montagna. Forse con un infortunio avrei dovuto rimanere ferma, ma sono un’irrequieta e ho deciso di fare qualcosa comunque. Siamo stati a camminare in un posto molto bello, sopra il Rifugio Casa Canada. Nel bosco, circondata da mille sfumature di colore dal rosso al giallo, pestando le foglie con gli scarponcini ho ripensato alla settimana e a tutti quelli che mi hanno manifestato affetto e stima. È stata una settimana piena di emozioni, di momenti così intensi da pensare di non riuscire a gestirli, di ricordi difficili e di tanti altri sentimenti sovrapposti.

Spero di aver ringraziato tutti. E mi scuso se ho dimenticato qualcuno. Lo faccio ora.

Lungo il sentiero sono riuscita a rilassarmi con difficoltà. Nonostante il meraviglioso paesaggio, i colori, il sole caldo, io pensavo al mio dolore al muscolo sempre più presente, alle gare compromesse, agli allenamenti persi. Perché poi un po’ è cosi: vorremmo che il benessere durasse il più possibile, anche quando ti è già stato regalato più di quello che ti aspettavi. Mi sono sentita molto infantile, perfezionista e ingorda. Poco grata e un po’ egoista. È solo uno stupido infortunio! Di cosa ti lamenti! Intanto il bosco, molto più saggio di me, ha continuato a abbracciarmi con la sua forza delicata e magica. Forse avrebbe voluto dirmi di smetterla di mettermi al centro, osservare gli alberi centenari piegati dal vento e darmi una calmata. Terminato il sentiero mi sono seduta a terra su uno dei miei prati preferiti, di fronte alle montagne, di fronte al Re di Pietra. Ho osservato per qualche minuto le montagne e poi ho sentito una voce:

– ehilà! hai visto che giornata fantastica!

– Federico, sei tu!

Ho conosciuto Federico in ospedale, dopo il primo intervento, poi ci siamo visti alla consegna dei referti degli istologici, abbiamo ricevuto entrambi un brutto referto e siamo stati operati una seconda volta. Abbiamo più o meno la stessa età. Ci siamo incontrati nuovamente all’Ircss di Candiolo qualche mese più tardi per le terapie. E poi visti prima di qualche tac e di altri esami di controllo. Federico ha un iter simile al mio, lui però è stato operato a una gamba. È ancora in terapia.

– Carla, ti vedo bene!

– si, sto bene, ho anche corso domenica. Sono arrivata seconda

– brava! Io oggi ho arrampicato. Ti presento il mio amico di arrampicata

– piacere, Carla

Federico, si rivolge all’amico:

– Carla è la mia compagna di tumore. Ci siamo divertiti parecchio insieme!

Ride di cuore e dice:

– certo questo sì che è un bel posto! E noi? Quando ci vediamo di nuovo?

– ho la tac il 2 novembre

– peccato! Io la settimana successiva. Non riusciamo a incrociarci

Vedo Federico allontanarsi sorridente e entusiasta della sua giornata, si guarda intorno e cammina saltellando. Sembra un folletto. Se credessi nelle favole penserei che è spuntato dal bosco per ricordarmi di non esagerare con le aspettative, di prendere Carlo per mano e godermi il bello, che è tantissimo. Se gli avessi raccontato dell’infortunio, si sarebbe messo a ridere forte. E forse anch’io con lui, per poi tornare a lamentarmi qualche ora più tardi, sentendomi stupida e noiosa. Ma sono quasi certa che nel ritrovarci nei corridoi dell’ospedale Federico mi avrebbe guardato il muscolo della gamba chiedendomi notizie. Poi avrebbe sorriso ancora una volta augurandomi di tornare a correre presto, chiudendo dietro di sé la porta della sala visite.

Forse è così che funziona. Forse è un gioco di  carichi. La giusta distribuzione è facile quando il peso è così pesante che sappiamo da che parte si trova, diversamente, quasi sempre, per fortuna, invertiamo le parti, le sovrapponiamo, ne aumentiamo il peso o lo neghiamo. Capita di riuscire a fare solo così. Di saper far meglio o peggio, dipende dalle volte. Capita di incontrare folletti fuori dal bosco.


Questione di passo

Mi piace all’allenarmi con il mio amico Andrea.

Durante la malattia Andrea non hai mai smesso di chiedermi di correre con lui e spesso è stato così insistente che ho corso anche quando volevo solo mettere la testa sotto il cuscino. Come si faceva negli anni ’90 quando ci si incontrava per stare in giro con gli amici, Andrea passava sotto casa mia, suonava il citofono e mi diceva di infilarmi le scarpe da corsa.

– Sono Andrea, scendi, andiamo a correre
– Sono stanca, non ne ho voglia
– Ok, ti aspetto qua. Fai con calma

Andrea è molto più forte di me. Ci siamo conosciuti qualche anno fa al parco, durante un allenamento. Abbiamo corso fianco a fianco per qualche mese, poi lui ha iniziato a correre forte, tanto forte. È stata una delle prime persone con cui ho corso quando mi sono trasferita a Torino. Da sempre rido tantissimo con lui.

Ancora oggi, dopo le terapie, mi chiede di correre, anche se è ovvio che il mio correre corrisponde al suo passeggiare. Spesso fa finta di non farcela più, ma io so che mi sta aspettando. A volte fa anche finta di soffrire tantissimo per poter rallentare e tenere il mio passo. Respira e si lamenta della fatica. Muove le braccia in modo strano, flette la schiena e ruota la testa come se non riuscisse a finire l’allenamento. Ovviamente, non è così.

Durante tutti i mesi di terapia abbiamo corso con un passo lento, un passo utile a confidarci piccole e grandi preoccupazioni. Amo il parco anche per questo: soprattutto nei mesi più freddi diventa il luogo ideale non solo per duri allenamenti ma anche per pensare, confrontarsi con gli amici, magari correndo. Aiuta a liberare il respiro spesso incastrato in ansie che ci tormentano. A trovare soluzioni. Al parco ognuno sembra cercare le proprie.

Quando camminavo spesso, con ancora il drenaggio infilato nella schiena, mi capitava di guardarmi attorno con curiosità. Incontravo sempre un signore con tanta pancia che tutto sudato tentava di correre in modo costante, non ho mai visto qualcuno faticare così tanto e ho immaginato che fosse il consiglio di un medico ad averlo portato lì. Avrei voluto fermarlo e congratularmi con lui. Incoraggiarlo a non fermarsi. Incrociavo anche un’anziana signora, magra magra, che camminava così veloce da non poterle neppure sorridere per un attimo. Lei sembrava sicura di sé e già pronta per farcela o forse stava solo cercando di scappare da qualcosa. Ogni tanto mi imbattevo in una ragazza con una felpa nera enorme che correva piano piano ascoltando musica, sembrava appartenere a un altro mondo. Mi sono chiesta molte volte quale soluzione cercassero tutti quanti, intanto provavo a trovare la mia, tra un passo e l’altro.

Una sera, poco prima di entrare in ospedale, decido di fare le ripetute con Andrea. Un modo per fingere che tutto fosse normale. Facciamo le ripetute sui 1000. Andrea ovviamente mi sta davanti, spesso si gira per controllare che io ci sia ancora, fa finta di essere stremato e corre senza allontanarsi troppo.

Siamo all’ultima ripetuta, corro più forte che posso, per la prima volta mi capita di immaginare il mio tumore. Lo vedo. È dietro alla scapola. Visualizzo quell’immagine più volte e immagino di parlare con lui, implorandolo di stare fermo. Corro forte ma sono altrove. Andrea si volta verso di me più volte, sembra preoccupato, mi guarda confuso, mi conosce abbastanza bene per capire che quella espressione sul volto non è solo stanchezza. Rallenta, mi aspetta e insieme corriamo gli ultimi 100 metri.

Concludiamo l’allenamento tutti e due molto stanchi. È buio e fa freddo. Ci appoggiamo l’uno sull’altro per riprendere fiato. Non parliamo per qualche minuto, poi Andrea mi dice:

– Perché hai corso come una pazza? Ero preoccupato, ora sei anche pallida
– Forse per sentirmi viva. Non so, sinceramente non so

Torniamo a casa camminando, in silenzio.

– Carla, domani ti suono. Facciamo un lentissimo

Salgo le scale sorridendo. Sceglieremo un passo e lo chiameremo lentissimo, penso. Sarà il nostro passo per recuperare le energie, quello che ci permetterà di ridere da stanchi e di parlare di noi. Sarà un bel passo.